Torna la rubrica sullo spettro autistico, con il suo dodicesimo appuntamento, in cui parliamo di come l’autismo sia una neurodivergenza. Il termine neurodivergenza indica un insieme di condizioni, come: autismo, ADHD, dislessia e altre forme di funzionamento neurologico atipico, in cui il cervello elabora, apprende e segue modalità di funzionamento differenti rispetto alla maggioranza.
La neurodivergenza non è una diagnosi (non corrisponde a una categoria diagnostica), ma può identificare il funzionamento neuropsicologico di persone caratterizzate, ad esempio, da:
- disturbi dello spettro autistico: le persone possono avere difficoltà più o meno lievi nella comunicazione e interazione sociale, interessi ristretti e comportamenti ripetitivi;
- ADHD: l’acronimo in italiano sta per Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività e si manifesta con impulsività, disattenzione e iperattività;
- DSA (disturbi specifici di apprendimento): tra cui la dislessia (difficoltà nella lettura), discalculia (difficoltà nel calcolo), disortografia e disgrafia (difficoltà nella scrittura);
- Plusdotazione: caratterizzata da un potenziale cognitivo superiore alla media;
- Sindrome di Tourette: le manifestazioni principali sono tic motori e vocali involontari;
- Disprassia: difficoltà nella pianificazione e nell’esecuzione delle azioni e dei movimenti.
La neurodivergenza, dunque, non è una patologia e invita ad un cambio di prospettiva: dal concetto di “anomalia” a quello di inclusione, di valorizzazione delle differenze e di benessere quotidiano nella vita di chi ha un funzionamento di questo tipo.

L’autismo ha basi genetiche, ma in alcuni casi può avere cause ambientali, ma mai solo una. Chiamiamo “autismo” un insieme di presentazioni diverse che hanno cause diverse. Cause genetiche, ambientali, immunologiche.
Tante cause e tanti autismi
Ormai sappiamo che gli stessi comportamenti e gli stessi “sintomi” possono essere generati da cause molto diverse. Al tempo stesso, sotto l’ombrello di “autismo” sono state collocate presentazioni estremamente diverse. Questo significa che molto spesso usiamo il significante “autismo” per riferirci a qualcosa di diverso rispetto a quello che intende un’altra persona.
Un bambino esposto a intossicazione da metalli pesanti può avere una presentazione clinica che si sovrappone con l’autismo, eppure si tratta di due “cose” diverse. La presentazione clinica è la stessa, ma una arriva dalla genetica e una dall’ambiente.
Chiamiamo “autismo” un insieme di presentazioni diverse che hanno cause diverse. Cause genetiche, ambientali, immunologiche.
In alcuni casi l’acido folinico può fare la differenza?
Sì, se c’è una specifica mutazione e i “sintomi” che vediamo sono causati da quella mutazione. Questo significa che dando a tutte le donne incinta acido folinico l’autismo sparirà? No.
Ci sono casi in cui la genetica è responsabile al 100% dell’autismo. Ci sono casi in cui la causa è molto più complessa e include elementi ambientali. Non uno, ma tanti.
Inoltre, ci sono casi in cui quello che chiamiamo “autismo” è altro. Dunque, è giusto dire che non troveremo mai “la causa” dell’autismo perché ci sono tante cause e tanti autismi.
Prima dobbiamo iniziare a discriminare e identificare i sottogruppi, dandogli un’etichetta in grado di chiarire da dove arriva cosa. A quel punto, potremo risalire alle cause.
A quel punto, potremo risalire alle cause. L’autismo non si diagnostica con un prelievo. La diagnosi arriva per osservazione e attraverso dei test carta e matita.
I risultati dello studio danese di quest’anno
Spazio Aspergher ha pubblicato i risultati di uno studio danese del 2025.
Il team di ricerca guidato da Vahe Khachadourian e Magdalena Janecka, ha utilizzato un approccio incredibilmente potente su una scala mai vista. Una scala impressionante!
Hanno analizzato i dati di oltre 1,1 milioni di bambini nati in Danimarca tra il 1998 e il 2015, esaminando ben 236 diverse diagnosi mediche materne, praticamente l’intero spettro della salute di una donna.

Che la stragrande maggioranza delle associazioni tra la salute materna durante la gravidanza e l’autismo nel bambino non sono ciò che sembrano.
Questa non è solo una scoperta scientifica: è una liberazione.
Immagina di essere in attesa di un figlio. Un giorno, scorrendo le notizie online, leggi un titolo allarmante: “La depressione in gravidanza legata a un rischio doppio di autismo”.
Se stai attraversando un periodo difficile o l’hai fatto in passato, quel titolo ti colpirebbe come un pugno allo stomaco. Un seme di dubbio, di colpa, si insinuerebbe nella tua mente: “È colpa mia?”.
Ora, immagina di scoprire che la scienza sta iniziando a raccontare una storia diversa. Una storia che non parla di colpa, ma di biologia condivisa, di connessioni profonde e complesse che vanno ben oltre le scelte o le condizioni di salute di una singola persona.
La maggior parte del “rischio” non proveniva dalla condizione materna in sé, ma dai fattori genetici e ambientali che madre e figlio condividono. L’analisi paterna ha confermato questo risultato: per la maggior parte delle diagnosi, l’associazione con la salute del padre era quasi identica a quella della madre.
Il messaggio più potente
Se sei una madre di un bambino autistico e durante la gravidanza hai avuto il diabete, la depressione o un’altra delle decine di condizioni studiate, puoi tirare un sospiro di sollievo.
Con ogni probabilità, non è stata la tua condizione a causare l’autismo di tuo figlio.
L’autismo è una neurodivergenza con radici complesse, prevalentemente genetiche.
Se tuo figlio è autistico lo è indipendentemente dalla tua condizione di salute.
Questo studio ci impone di cambiare rotta
- Per la ricerca: dobbiamo smettere di investire tempo e risorse in studi osservazionali che si limitano a trovare correlazioni. La priorità ora è identificare i meccanismi genetici e ambientali condivisi.
- Per la prevenzione: se una condizione non è causale, trattarla non preverrà l’autismo. Questo non significa che la salute materna non sia importante – è fondamentale per mille altri motivi – ma non dobbiamo gestirla con l’ansia infondata di “prevenire l’autismo”.
- Per la comunicazione: medici, giornalisti e istituzioni sanitarie hanno la responsabilità di comunicare questi risultati con chiarezza, distinguendo nettamente tra un’“associazione statistica” e una “causa provata”.

