Nella notte tra il 15 e il 16 marzo, il Dolby Theatre di Los Angeles ha ospitato la 98esima cerimonia degli Academy Awards, condotta per il secondo anno consecutivo da Conan O’Brien. Paul Thomas Anderson ha trionfato con Una battaglia dopo l’altra, portandosi a casa ben sei statuette su undici nomination, tra cui Miglior film e Miglior regia. Una serata che ha premiato il cinema d’autore, con poche sorprese e qualche assenza rumorosa.

Un regista e il suo tempo
Fino a ieri sera, uno dei migliori registi degli ultimi trent’anni non aveva mai vinto un Oscar alla regia: ora ne ha uno. Paul Thomas Anderson, con la standing ovation del Dolby Theatre sullo sfondo, ha finalmente ottenuto il riconoscimento che la critica gli aveva riservato da decenni.
Una battaglia dopo l’altra si è aggiudicato anche la Miglior sceneggiatura non originale e il Miglior attore non protagonista, assegnato a Sean Penn, che però non era presente alla cerimonia e non ha ritirato il premio. Un’assenza che, per chi conosce Penn, non ha sorpreso nessuno.

Le interpretazioni che hanno fatto la differenza
La serata degli attori ha riservato qualche colpo di scena. A trionfare come Miglior attore protagonista, battendo il favorito della vigilia Timothée Chalamet, è stato Michael B. Jordan per il suo doppio ruolo ne I peccatori. Sul palco, accolto da una standing ovation, Jordan ha ringraziato il regista Ryan Coogler e reso omaggio ai grandi interpreti afroamericani che lo hanno preceduto, da Sidney Poitier a Denzel Washington.
Come ampiamente previsto, il premio per la Miglior attrice protagonista è andato a Jessie Buckley per la sua toccante performance in Hamnet di Chloé Zhao, diventando così la prima attrice irlandese a vincere l’Oscar. Il premio per la Miglior attrice non protagonista è andato ad Amy Madigan per Weapons, a settantacinque anni e dopo la sua prima candidatura risalente al lontano 1986: visibilmente commossa, ha ringraziato il marito Ed Harris con parole cariche di affetto, regalando al pubblico uno dei momenti più autentici della serata.

Il K-pop conquista anche Hollywood
KPop Demon Hunters ha lasciato il Dolby Theatre con due statuette: Miglior film d’animazione e Miglior canzone originale, con Golden, diventando così il primo brano K-pop a vincere un Oscar. Ma il momento più elettrizzante della serata è arrivato quando EJAE, Audrey Nuna e Rei Ami, le voci reali dietro le Huntrix, sono salite sul palco per eseguire il brano dal vivo. Lo spettacolo è cominciato con il rituale di apertura del film, il cosiddetto Hunter’s Mantra, mentre danzatori in hanbok coreano tradizionale animavano il palco con movimenti cerimoniali. Poi lo schermo si è alzato, le tre artiste sono apparse in abiti bianchi al centro della scena, circondate da ballerini con bandiere dorate, e il Dolby Theatre si è trasformato per qualche minuto in un vero e proprio concerto K-pop: luci, light stick tra il pubblico e coreografie impeccabili. Un’esibizione che non ha lasciato indifferente nessuno in sala.

I grandi esclusi
Non è stata la notte di tutti. Marty Supreme di Josh Safdie è uscito dalla cerimonia a mani vuote, nonostante le nove nomination. Timothée Chalamet, che aveva dominato la stagione dei premi fino a poche settimane fa, ha lasciato il Dolby Theatre senza nulla, alla sua quarta candidatura senza ancora una vittoria. La sua corsa si era complicata nelle settimane precedenti alla cerimonia, e alla vigilia le quote dei bookmaker erano scivolate, con Jordan diventato co-favorito nella categoria più aperta tra quelle principali. Il cinema, si sa, non perdona i passi falsi fuori dallo schermo.

Il Kpop è stato un brutto colpo basso a noi genitori.
"Mi piace""Mi piace"