Atmosfera post-apocalittica, un uomo sopravvissuto con a fianco il suo cane inseparabile. Così torna sul grande schermo Ridley Scott con The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, tratto dall’omonimo romanzo. Disponibile dal 26 agosto, anche in formato IMAX, il film dipinge un mondo segnato dalle conseguenze di una pandemia che ha decimato la popolazione, interrogandoci su ciò che rimane dell’essere umano quando viene a meno ogni ragione per guardare al futuro.

Trama: la vita dopo la fine
Sulla soglia dei novant’anni, Scott continua a domandarsi cosa significhi essere umani.
In The Dog Stars ci troviamo nel 2035, dove una forte pandemia influenzale ha spopolato la terra. Hig (Jacob Elordi) è uno dei superstiti e abita l’hangar di un piccolo aeroporto abbandonato, trascinandosi avanti con il suo amato cane Jasper al fianco.
L’unica persona amica con la quale ha contatto è il burbero vicino Bangley (Josh Brolin).
Durante uno dei suoi voli nelle distese solitarie del Colorado, la radio intercetta un segnale di misteriosa provenienza, e dopo un evento imprevisto Hig partirà in viaggio cercando un nuovo barlume di speranza.
Sopravvivere non basta
Uscendo dalla sala, la sensazione che rimane incollata addosso è quella della speranza.
Sopravvivere dopo una tragedia non basta e le macerie influenzano costantemente l’identità di chi è rimasto. È proprio questo uno degli aspetti fondamentali che Scott è riuscito a cogliere con maggior efficacia: gli esseri umani senza relazioni o desideri diventano delle figure svuotate.
All’inizio della storia il protagonista vive in modalità puramente funzionale, in un ciclo assurdo destinato a ripetersi all’infinito: procurarsi cibo, difendersi dai nemici, mantenere il rapporto con il suo unico vicino nei momenti di bisogno, vivendo a stenti.
Rimasto senza radici e traumatizzato dal lutto improvviso dei suoi affetti, Hig rappresenta la speranza, che ricerca un altro inizio anche a costo della propria vita.

Il film fa ricorso a una delle classiche convenzioni narrative: il protagonista decide di partire per un viaggio, lasciandosi alle spalle i propri affetti che tentano in ogni modo di convincerlo a restare. Qui, esplorato come prospettiva di rinascita, si rivela un espediente narrativo decisamente protagonista di questa estate anche visto in altri titoli, da Odissea a Oceania.
Sulla solitudine
L’ex Marine è il personaggio che più incarna la paura di perdere il contatto umano. Bangley vuole davvero impedire a Hig di partire per proteggerlo o teme semplicemente di rimanere solo? Ciò che giustifica come istinto protettivo nasconde una paura mortale di rimanere senza nessuno, che lo smuove al punto da provocare accidentalmente una tragedia.

Nel corso del viaggio Hig incontra Cima (Margaret Qualley), un altro essere umano disorientato e nostalgico della vita precedente dove tutto era normale. Lei simboleggia la rinascita, sia per sé che per tutti gli altri, con un’immagine che si riflette anche nel suo ruolo di medica.

Quando la lentezza pesa: il punto critico del film
Fin dalle prime scene, la regia ci pone di fronte a un ritmo dilatato. Una scelta che, se da un lato rafforza la percezione dell’atmosfera desolata post-apocalittica, dall’altro rischia di appesantire la visione.
Il materiale narrativo non manca, eppure in certe scene, oltre l’estetica, accadono poche cose funzionali alla trama. Gran parte del film segue semplicemente Hig intento nelle sue attività quotidiane e mansioni manuali, mentre il ritmo riesce ad accelerare solo durante le scene d’azione.

Tornare ad amare
Anche la storia d’amore tra Hig e Cima subisce le conseguenze del ritmo, che in questo caso si rivela però molto efficace, sviluppandosi in una vera e propria slow burn.
Hig intraprende il viaggio con la fede della moglie ancora al dito, portando con sé il ricordo della vita persa. Il rapporto che nasce tra lui e Cima si fonda subito sulla quotidianità e lo smarrimento comune, permettendosi gradualmente di essere vulnerabili dopo anni vissuti sul filo del rasoio.
Finalmente ci si apre alla possibilità di un futuro che, per la prima volta, può essere sorprendentemente ottimista.

Elordi e Qualley si intrecciano particolarmente bene grazie all’espressività naturale di lui e la presenza magnetica di lei, restituendo con efficacia la difficoltà e, allo stesso tempo, la bellezza di tornare ad amare.
La vocazione di Cima assume un significato che va ben oltre la tecnica, aiutando Hig nella cura di ferite che nemmeno con la medicina potrebbe guarire.
Un Colorado tutto italiano
L’Italia è stata trasformata nel Colorado per accogliere le ambientazioni del film: dal Friuli-Venezia Giulia al Veneto fino a Roma, tante delle scene sono girate proprio nel nostro Paese.
L’apertura del campo a mostrare le distese deserte e verdissime si rivela una scelta vincente, dove la bellezza del paesaggio finisce per incorniciare la desolazione rendendola più appetibile.
La fotografia è indubbiamente una delle componenti più notevoli di tutto il lungometraggio, in particolare nelle spettacolari sequenze aeree con i panorami, che hanno permesso di valorizzare appieno la natura nostrana.

In conclusione
Dopo circa due ore piuttosto contemplative tra i paesaggi italiani si esce dalla sala con un senso di quieta malinconia. Un’altra volta, Ridley Scott è riuscito a mettere con successo a nudo le fragilità umane, prendendosi il proprio tempo con il ritmo e avvalendosi del magnetismo degli attori.
In questa versione di mondo al capolinea, che abbiamo quasi temuto anche noi durante gli anni di Covid, questo film ricorda quanto sia importante dare un senso alla propria vita come salvezza dalla disperazione, alleandosi con le persone a noi vicine che soffrono le stesse angosce.

