Bee Spooky: Memento Mori


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Un pomeriggio di pioggia non l’aveva mai spaventata, ma quello era un vero e proprio diluvio, e non le andava di certo di inzupparsi più di quanto avesse fatto fino ad allora. Andrea osservò l’insegna del negozio: La Bottega di zia Marlù, sotto, con una scrittura barocca in corsivo si specificava Oggetti fantastici da ogni parte del mondo. Le vetrine ai lati dell’entrata erano zeppe di cianfrusaglie di ogni tipo, che provenissero da ogni parte del mondo questo Andrea non poteva saperlo, ma molti sembravano in ottimo stato e alcuni la incuriosivano parecchio. Fu questo, e la pioggia incessante che la spinse a girare il pomello della porta, ornata da un vetro oscurato da una tenda rossa spessa e probabilmente zeppa di polvere; il campanellino tintinnò annunciando la sua entrata.

Abbassò il cappuccio dell’impermeabile, liberando la lunga treccia rossa e lasciando cadere un bel po’ di acqua sulla moquette bordeaux, un colore un tempo sicuramente vivo ma che ora aveva assunto un aspetto malandato e trascurato. Andrea iniziò a guardarsi intorno, lasciando scorrere la vista su centinaia di oggetti ammucchiati in ogni dove, che a differenza della moquette e della tenda sembravano essere accuratamente spolverati quotidianamente. Si avvicinò ad alcuni bambolotti alti meno di dieci centimetri, raffiguranti bambini felici, in lacrime, arrabbiati e in diverse pose e pronti a qualche marachella.

«Erano molto amati negli anni novanta, cambiano colore alla luce del sole, si abbronzano proprio come noi!» La voce solare fu inaspettata, ma la dolcezza intrisa non la fece trasalire.

«Buongiorno!» Salutò la signora che le stava dinanzi mostrandole un gran sorriso cordiale.

«Buongiorno a te, cara.»

«Sono molto carini»

aggiunse riferendosi ai bambolotti ed evitando di specificare che quella che noi chiamiamo abbronzatura in realtà è la melanina che assorbendo i raggi UVB si ossida e degrada e crea, scurendosi, una barriera protettiva per evitare altri raggi. Si limitò a sorriderle. La donna doveva avere intorno ai cinquant’anni, non molto alta e con un viso perfettamente tondo che si armonizzava con le rotondità del corpo, indossava una gonna particolarmente eccentrica e colorata e una giacca di panno nera con un fiore lilla, gli abiti sembravano datati ma in ottimo stato.

«Cerchi qualcosa in particolare o vuoi solo dare un’occhiata?» Le chiese la donna.

«La seconda» rispose Andrea timidamente, non voleva dare l’impressione di essere un’impicciona che non aveva intenzione di comprare nulla ma solo ripararsi dalla pioggia incessante… anche se era la verità.

Cercò di sembrare disinvolta e tranquilla, mentre si aggirava tra le decine di scaffali e tavoli ricoperti di quelli che sembravano tutti gli oggetti del mondo. Una bacheca in vetro attirò particolarmente la sua attenzione: su quello che sembrava un piccolo altare in pietra si ergeva una teca quadrata con all’interno uno scrigno in legno scuro, largo non più di trenta centimetri; dei simboli erano incisi sulla superficie, ad Andrea parvero rune simili a quelle che aveva visto in alcuni film fantastici, ma non aveva idea di cosa significassero, non ne aveva le competenze, dopotutto aveva solo sedici anni.

«È uno scrigno molto particolare» le disse la signora, prima che Andrea le chiedesse qualcosa in merito.

«Secondo un’antica leggenda, al suo interno ci sono dei demoni che esprimono il desiderio della prima persona che lo apre e imprigionano l’anima della seconda.»

La ragazza sgranò gli occhi: «E una cosa inquietante!» Esclamò, mentre l’altra apriva una parte della teca di vetro ed estraeva la scatola di legno.

«Vuoi provare?» Il modo dolce con cui lo chiese contrastò con quello che aveva appena detto sull’oggetto.

«Grazie… ma… non credo di averne bisogno.» Andrea accennò un sorriso, mentre declinava l’invito cercando di allontanarsi.

«Potresti chiedere qualcosa e… magari vendicarti di qualcuno.» Quel tono gentile sembrava quello di un folle mentre commette qualcosa di terribile.

«Non ho nessuno su cui vendicarmi» si affrettò a dire, cercando di scacciare dalla mente le cose orrende che aveva sentito sul suo conto mentre era chiusa in bagno. La donna esplose in una fragorosa risata, così potente che la costrinse a gettare la testa all’indietro e Andrea non riuscì a fare a meno di notare i denti di un giallo malsano spuntare dalla bocca spalancata; quando la donna tornò col capo in posizione dritta, le parve di vedere ingiallito anche il bianco degli occhi, forse non lo aveva notato prima, come non aveva notato le rughe verso le tempie, profonde come crepe nel terreno e il grigiastro della pelle.

«Tutti abbiamo qualcosa in sospeso con un’altra persona.» Così dicendo porse la scatola ad Andrea che, con il cuore sempre più in tumulto, non riuscì ad evitare di afferrarlo. Tutti quegli strani oggetti e la tempesta che imperversava fuori, le avevano sicuramente offuscato la mente e suggestionata, un oggetto non aveva mai fatto del male a nessuno, soprattutto se era una vecchia scatola di legno, anche se aveva strani simboli e una ancor più strana storia. Fu mentre faceva scorrere le dita sulle incisioni che ne notò una centrale, appena sotto l’apertura: «Memento mori» mormorò, leggendola ad alta voce. Aveva già letto da qualche parte quella frase, forse era latino, ma non ricordava il significato. Come guidata da qualcosa o qualcuno, aprì lentamente il coperchio dello scrigno, senza notare il sorriso grande quanto la sua faccia della signora accanto a lei, né tantomeno i denti ingialliti e ora appuntiti dai quali faceva capolino una lingua sottile e biforcuta, e non ascoltò neanche ciò che le disse:

«A volte non è necessario che sia qualcuno del quale ci vogliamo vendicare, ma abbiamo espresso un desiderio da tanto, tanto tempo e abbiamo solo bisogno di qualcuno che si trovi nel posto giusto al momento giusto».

Dall’apertura della scatola di legno fuoriuscirono filamenti neri, che, come fumo, si diramarono nella bottega. Andrea lasciò cadere lo scrigno, come destata da un sonno profondo. Le ombre intorno a lei urlavano e stridevano, mentre prendevano forma; distinse sempre più nettamente lunghi artigli e occhi vuoti su corpi fumosi e allungati. Una delle ombre mosse le lunghe dita verso Andrea, che avvertì un dolore acuto sul petto: l’impermeabile giallo e gli abiti si lacerarono, colorandosi velocemente di rosso; quella cosa, qualunque cosa fosse, le aveva appena squarciato il petto. Lanciò un urlo e si voltò di scatto mirando all’uscita, ma fu nuovamente colpita, questa volta alla schiena: sentì lo stesso bruciore e l’aria fresca sul dorso; fu un bene che non riuscì a vedere gli anelli della colonna vertebrale esposti in bella vista nel mezzo della bottega.

Andrea cadde in ginocchio, per poi finire faccia a terra quasi senza fiato, mentre le belve fumose si avventavano sul suo corpo. La proprietaria del negozio sollevò con cura e devozione la scatola finita in terra, tenendola ancora aperta, una volta che i demoni si fossero saziati della carne della ragazza fino all’anima, l’avrebbe riposta al sicuro nella teca. Poteva già notare dalle mani che il grigiore della pelle stava lasciando spazio al rosato, si sentiva molto meglio, più umana, dopo quasi centocinquanta anni. Le urla di Andrea erano ormai scemate, sui vetri della bottega gocciolava il sangue che era schizzato sotto gli strappi e i morsi, ma nessuno vi avrebbe badato, le finestre erano oscurate dalla pioggia incessante e le persone neanche si sarebbero voltate verso un negozio ammuffito zeppo di oggetti vecchi, prese come erano a proteggersi sotto gli ombrelli, procedendo spediti verso la strada e nelle loro vite.

Memento Mori

@DanielaE

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