Tacchi affilati, sguardi gelidi e una sola regola: non deludere Miranda Priestly. A quasi vent’anni dal film diventato cult, Il Diavolo veste Prada 2 riapre le porte dell’universo della moda più spietato del cinema, riportando sullo schermo glamour, ambizione e rivalità. Ma sotto il lusso scintillante e gli outfit impeccabili si nasconde ancora una domanda attualissima: quanto siamo disposti a sacrificare per il successo?

Il film
A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andy, Emily e Nigel, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno del 2006 che ha segnato una generazione.
Il film riunisce il cast originale con il regista David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, e introduce una serie di personaggi nuovi, tra cui Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, Patrick Brammall, Caleb Hearon, Helen J. Shen e B.J. Novak. Tracie Thoms e Tibor Feldman riprendono i loro ruoli di “Lily” e “Irv” dal primo film.
Il Diavolo Veste Prada 2 è prodotto da Wendy Finerman, con Michael Bederman, Karen Rosenfelt e Aline Brosh McKenna come executive producer.
C’era davvero bisogno di un sequel?
La domanda era inevitabile: serviva davvero un sequel per un film iconico come Il Diavolo veste Prada? All’inizio il timore è quello di trovarsi davanti all’ennesima operazione nostalgia, costruita solo per sfruttare il successo del primo capitolo. E invece la sorpresa è proprio questa: Il Diavolo veste Prada 2 non solo giustifica la propria esistenza, ma riesce ad arricchire l’originale con nuove riflessioni e una maturità narrativa inaspettata. Se il primo film raccontava il prezzo dell’ambizione nel mondo della moda, questo sequel amplia il discorso, spostando l’attenzione soprattutto sul giornalismo e su un’industria che sta cambiando rapidamente.

Una riflessione sulla crisi del giornalismo
Il film è infatti molto più riflessivo rispetto al predecessore. Runway non è più soltanto il simbolo del glamour e del lusso, ma rappresenta un settore in crisi, schiacciato da tagli al personale, sponsor invasivi, intelligenza artificiale, politically correct e dalla continua migrazione dalla carta stampata al digitale. La domanda che aleggia per tutto il film è semplice quanto brutale: c’è ancora spazio per il giornalismo tradizionale in un mondo così veloce e consumabile? E soprattutto, può una rivista come Runway sopravvivere senza perdere la propria identità? Il film riesce a trattare questi temi senza risultare pesante, intrecciando il tutto con dialoghi brillanti e momenti emotivamente intensi.
La regina di Runway ha perso il suo tocco?
Anche i personaggi, inevitabilmente, sono cambiati. La trasformazione più evidente è quella di Miranda Priestly. La regina glaciale di Runway appare diversa: meno tagliente, più stanca, quasi rassegnata all’idea che il suo mondo stia lentamente scomparendo. È una Miranda che sembra aver perso parte della sua armatura. E proprio qui entra in scena Andrea, profondamente diversa dalla ragazza insicura che avevamo lasciato vent’anni fa. Ora sa esattamente chi è, cosa vuole e come ottenerlo. È lei a ricordare a Miranda chi sia davvero, riportando in superficie quella fame e quella forza che l’avevano resa leggendaria.

Il ruolo di Milano
Un ruolo speciale lo gioca anche l’Italia, e in particolare Milano. La città diventa molto più di una semplice ambientazione: tra sfilate, atelier e scorci eleganti, il film ribadisce quanto moda e arte siano profondamente legate.
Ciò che siamo disposti a sacrificare
Tra dialoghi intensi, momenti nostalgici ed easter eggs che riportano direttamente al primo film, emerge una riflessione centrale: quanto siamo disposti a sacrificare per il successo? Miranda, forse per la prima volta, sembra avere davvero una risposta: tutto. Perché, nonostante il prezzo pagato, lei ama sinceramente il suo lavoro. Ma il film lascia allo spettatore il dubbio più importante: ne vale davvero la pena? È qui che il sequel trova la sua forza più grande, trasformandosi non soltanto in un ritorno nostalgico, ma in una riflessione adulta sul tempo che passa, sulle passioni che ci definiscono e sui compromessi che scegliamo di accettare.

