Tra immobilismo istituzionale, antichi traumi bellici e l’urto della modernità napoleonica, la fine della Serenissima resta il caso storico più dibattuto della storiografia: una fine che poteva essere evitata.
La data del 12 maggio 1797 non segna solo la fine di una Repubblica millenaria, ma rappresenta il collasso di un intero modello di civiltà. Quando l’ultimo Doge, Ludovico Manin, depose il corno ducale davanti a un Maggior Consiglio paralizzato, l’atto non fu solo la resa a un giovane generale di nome Napoleone Bonaparte, ma il punto di rottura di una linea temporale che aveva iniziato a incrinarsi secoli prima. Per scrivere qualcosa di oggettivo, è necessario spogliare l’evento dal romanticismo nostalgico e analizzare i tre grandi bivi storici in cui Venezia avrebbe potuto cambiare il proprio destino.

Il peccato originale: il 1509 e lo spettro di Agnadello
Il primo grande momento di divergenza si colloca nel cuore del Rinascimento. Il 14 maggio 1509, con la Battaglia di Agnadello, Venezia subì una sconfitta militare devastante contro la Lega di Cambrai (una coalizione che vedeva unite quasi tutte le potenze europee). Sebbene la Serenissima fosse riuscita con abilità diplomatica a recuperare i territori perduti, il trauma non venne superato.
Da quel momento, il DNA della Serenissima cambiò: passò dall’essere una potenza espansionistica e aggressiva a uno Stato improntato alla difesa prudente e alla neutralità. Questo “grande bivio” segnò la rinuncia a diventare uno Stato-Nazione moderno.
Se Venezia avesse scelto di non ritirarsi in una diplomazia d’attesa, ma avesse riformato il proprio apparato militare su base nazionale anziché mercenaria, Napoleone avrebbe trovato, tre secoli dopo, un esercito organizzato e pronto a difendere il proprio territorio.
Il fallimento dell’integrazione: la riforma del Patriziato nel ‘600
A metà del XVII secolo, durante l’estenuante Guerra di Candia contro gli Ottomani, Venezia si trovò di fronte a un bivio sociale. Le casse dello Stato erano vuote e servivano nuove risorse. Fu allora che emerse la necessità di riformare il Patriziato.
Il problema risiedeva nella chiusura del Libro d’Oro: il potere era riservato esclusivamente alle famiglie nobili veneziane, escludendo la ricca e colta nobiltà di Terraferma. Nonostante alcune timide aperture per “merito di guerra” (spesso comprate con ingenti somme di denaro), l’oligarchia non ebbe il coraggio di trasformarsi in una Repubblica Federale.
Se Venezia avesse integrato pienamente i nobili di Verona, Brescia e Padova, avrebbe creato una classe dirigente coesa. Invece, nel 1797, quelle città videro nei francesi non dei conquistatori, ma dei liberatori da un’oligarchia che le considerava poco più che colonie.

L’ultima occasione: il 1774 e il “colpo di stato” dei riformatori
L’ultimo vero treno per la modernità passò nel 1774. Un gruppo di patrizi illuminati, guidati da Giorgio Pisani e Carlo Contarini, tentò di abbattere il potere degli Inquisitori di Stato e di modernizzare le strutture economiche e politiche ormai asfittiche. Volevano limitare i privilegi dei Barnabotti, quei nobili poveri che, pur non avendo mezzi, bloccavano ogni riforma per timore di perdere i piccoli sussidi statali.
La reazione dei conservatori fu durissima: i riformatori furono arrestati o messi al bando. Questo “colpo di stato” invisibile degli immobilisti condannò Venezia alla paralisi definitiva.
La Serenissima arrivò all’appuntamento con la storia senza una guida dinamica, guidata da un Maggior Consiglio ossessionato dal mantenimento di un equilibrio che, nel mondo post-rivoluzionario, non esisteva più.
Processo a Napoleone: l’atto d’accusa degli avvocati Fogliata e Frigo
Nella primavera dell’anno 2003 incominciò a Venezia il processo a Napoleone sull’onda delle proteste per la collocazione della statua del rapinatore francese nel Museo Correr in piazza San Marco.
L’iniziativa suscitò molto interesse e vide la partecipazione di prestigiosi avvocati e storici; nel Collegio giudicante (Veneta Corte al crimininal) c’erano il dott. Francesco Maria Agnoli, giudice presso la Corte d’appello di Bologna, l’avv. Alvise Bragadin, il dott. Antonio Fojadelli, Procuratore della Repubblica di Vicenza, il dott. Michele Maturi, sostituto Procuratore a Venezia e l’avv. Giorgio Suppej; la Pubblica Accusa (Avogaria de Comun) era svolta dagli avvocati Giuseppe Frigo e Lorenzo Fogliata, mentre la Difesa (su incarico dell’Associazione Napoleonica d’Italia) era svolta dagli avvocati Vito Quaranta e Christian Serpelloni.
In seguito furono stampati, a cura di Luigi Gigio Zanon, Filippi Editore in Venezia, gli atti del processo. Analizzando l’atto d’accusa formulato dagli avvocati Giuseppe (Iseppo) Frigo e Lorenzo Fogliata emerge la gravità del comportamento che il generale francese ebbe nei confronti della Serenissima, non per nulla viene spesso definito come il predatore di una vittima inerme.
L’analisi sottolinea alcuni punti chiave:
- La violazione della neutralità: Napoleone calpestò ogni diritto internazionale, invadendo territori neutrali senza una dichiarazione di guerra formale.
- Il saccheggio sistematico: non si trattò solo di politica, ma di una spoliazione economica e artistica senza precedenti, mirata a distruggere l’identità veneta.
- Il tradimento di Campoformio: l’uso di Venezia come merce di scambio con l’Austria dimostra che le promesse rivoluzionarie di “Liberté, Égalité, Fraternité” erano solo una copertura per una brutale operazione di geopolitica.
Tuttavia, a voler rimanere oggettivi dovremmo leggere questo “processo” con cautela, poiché sebbene Napoleone sia stato l’esecutore materiale, la Serenissima si era già indebolita nei secoli precedenti a causa di una serie di mancate riforme.

Una conclusione che lascia sia amarezza che rabbia
La caduta di Venezia non fu né un puro suicidio né un semplice omicidio. Fu l’incontro fatale tra una struttura politica antica, incapace di adattarsi a causa dei propri veti incrociati, e una forza storica travolgente che non ammetteva la neutralità.
Per lo storico moderno, la sfida è riconoscere la grandezza di una civiltà che ha resistito mille e cento anni, comprendendo però che la sua fine fu il risultato di decisioni (e non-decisioni) prese ai bivi del 1509, del 1650 e del 1774.
