Davanti all’ennesimo caso di violenza di genere, la sfera pubblica si riduce a un asilo di complicità maschili. Mentre gli uomini latitano, per le donne la denuncia resta un percorso a ostacoli tra scetticismo e fango mediatico.
C’è un rumore di fondo che anestetizza il dibattito pubblico ogni volta che si parla di violenza sulle donne. È il ronzio indistinto di una giovinezza prolungata all’infinito, una coltre di battutine difensive, giustificazioni camuffate da goliardia e cameratismo da spogliatoio. Osservando la reazione dei media, della politica e dei social network davanti all’ennesimo dramma, sorge spontanea una domanda tanto banale quanto urgente: dove sono finiti gli uomini responsabili e maturi?
La sensazione è quella di essere circondati da un’eterna adolescenza collettiva, dove il branco si scherma dietro lo scandalo del momento o si rifugia in rime patetiche sullo “stupro”, quel fango verbale lanciato per squalificare la vittima. Un riflesso condizionato che trasforma la solidarietà di genere in una trincea infantile, ma con conseguenze tragiche sulla pelle delle cupersone.

Il tribunale del sospetto automatico
Mentre gli uomini giocano a fare i ragazzi per smarcarsi dalle proprie responsabilità, la donna che decide di parlare va incontro a un destino segnato. Viene giudicata, radiografata e sezionata ancor prima di aver finito di pronunciare la parola “denuncia“. Il meccanismo della colpevolizzazione della vittima si attiva istantaneamente, trasformando il coraggio di esporsi in un boomerang.
Invece di trovare un tessuto sociale pronto ad ascoltare e proteggere, chi subisce violenza di genere si scontra con il muro della diffidenza. Si scava nel suo passato, nel suo modo di vestire, nelle sue frequentazioni, cercando il “vizio di forma” che possa scagionare il presunto carnefice o, quantomeno, ridimensionare l’accaduto a un tragico malinteso.
La sponda dei media e il declino del giornalismo
In questo scenario, la stampa e il giornalismo mainstream giocano spesso un ruolo ambiguo. La cronaca si piega alle logiche del clickbait, trasformando il dolore in spettacolo. I giornali e i media televisivi cavalcano l’onda emotiva senza scarnificare il problema strutturale, preferendo il dettaglio morboso all’analisi culturale.
La narrazione tossica alimenta la spettacolarizzazione del dolore, offrendo sponde involontarie (o calcolate) a quella stessa subcultura che riduce il dramma a una questione di fazioni. Quando l’informazione abdica al suo ruolo di vigilanza democratica per rincorrere l’algoritmo, la giustizia diventa un miraggio e lo spazio pubblico si fa ancora più ostile per chi chiede aiuto. C’è bisogno di una sterzata culturale, prima che il deserto della maturità maschile inghiotta l’ultimo barlume di dignità sociale.

