Quando i cattivi scelgono di cambiare: Regina Mills e la trasformazione del villain Disney

Quando si inizia a guardare la serie Once Upon a Time si pensa di tornare semplicemente in un mondo che si è già amato: quello delle fiabe Disney, dei personaggi che hanno accompagnato l’immaginario di intere generazioni e di una serie capace di mescolare magia, fantasy e sentimenti. Ma quando si arriva alla fine c’è una domanda che sorge spontanea: come è possibile che uno dei villain Disney più iconici, la Regina Cattiva di Biancaneve, sia diventato uno dei personaggi più amati della serie? La Regina Cattiva è da sempre una delle rappresentazioni più celebri del male nell’universo Disney. Una donna elegante, potente e inquietante, definita dalla sua ossessione per la bellezza, dalla gelosia e dal desiderio di eliminare chiunque potesse minacciare il suo ruolo. Eppure, guardando Once Upon a Time oggi, la prospettiva cambia completamente, perché la serie non racconta soltanto la storia di una villain che diventa buona, ma qualcosa di molto più complesso: la storia di una donna che deve fare i conti con ciò che l’ha trasformata nella Regina Cattiva. Ed è proprio questo elemento ad aver reso Regina Mills uno dei personaggi più interessanti delle narrazioni contemporanee. La sua evoluzione non nasce dal semplice passaggio dal male al bene, ma dalla possibilità di comprendere che dietro ogni villain può esistere una storia che nessuno ha mai raccontato. Per molto tempo, infatti, i cattivi delle fiabe hanno avuto un ruolo preciso: rappresentare l’ostacolo che l’eroe doveva superare. La loro funzione narrativa non era essere compresi, ma essere sconfitti. La fiaba tradizionale costruiva spesso un confine netto tra bene e male: da una parte l’eroe, destinato al lieto fine, dall’altra il villain, simbolo della minaccia da eliminare. Negli ultimi decenni, però, il modo di raccontare questi personaggi è profondamente cambiato. Le narrazioni contemporanee hanno iniziato a interrogarsi non soltanto sulle azioni dei cattivi, ma sulle loro motivazioni, sui traumi e sulle esperienze che li hanno portati a diventare ciò che sono. Nel volume The Routledge Companion to Media and Fairy-Tale Cultures, curato dalle studiose Pauline Greenhill, Jill Terry Rudy, Naomi Hamer e Lauren Bosc, viene analizzato proprio come le riscritture moderne delle fiabe abbiano progressivamente trasformato gli archetipi tradizionali. Le autrici evidenziano come queste nuove narrazioni non si limitino più a riproporre ruoli fissi, ma permettano ai personaggi di acquisire maggiore complessità psicologica, mettendo in discussione la divisione assoluta tra buoni e cattivi. È all’interno di questa trasformazione culturale che si inserisce Once Upon a Time. La serie creata da Edward Kitsis e Adam Horowitz, trasmessa per la prima volta nel 2011, nasce proprio dall’idea di raccontare ciò che si trova oltre la superficie delle fiabe conosciute. Non soltanto il momento del “vissero felici e contenti”, ma tutto ciò che viene dopo: le conseguenze delle scelte, le ferite del passato e la possibilità di cambiare il proprio destino.

E se il cattivo avesse avuto una storia prima di diventare cattivo?

È questa la domanda che accompagna il percorso di Regina Mills. Once Upon a Time non cancella la Regina Cattiva della tradizione Disney, ma la riscrive dandole un passato e soprattutto una voce. Le permette di essere qualcosa di più del ruolo che la fiaba le aveva assegnato. Nel suo studio Era uma vez uma Rainha: uma análise dialógica de Regina, de Once Upon a Time, la ricercatrice Ana Beatriz Maia Barissa dell’Universidade Estadual Paulista (UNESP) analizza proprio la costruzione narrativa di Regina Mills, evidenziando come il personaggio sia caratterizzato dalla presenza di due identità in continua tensione: da una parte la Regina Cattiva, definita dalle sue azioni e dal suo passato; dall’altra Regina, una donna che cerca di comprendere chi sia al di fuori della rabbia e del dolore. Regina non è interessante perché smette improvvisamente di essere cattiva, ma perché la serie mostra quanto sia difficile cambiare quando per tanto tempo si è stati definiti soltanto dai propri errori.

© NamuWiki

“Evil isn’t born. It’s made. And so is good.”

La vera storia della Regina Cattiva: dalla fiaba dei fratelli Grimm a Disney

Prima di diventare Regina Mills, prima della maledizione lanciata sulla Foresta Incantata e prima della possibilità di redenzione raccontata da Once Upon a Time, esisteva una figura che per generazioni è stata il simbolo stesso della cattiveria nelle fiabe: la Regina Cattiva di Biancaneve.
La sua storia, però, non nasce con Disney. Le sue origini appartengono alla tradizione fiabesca europea e alla raccolta dei fratelli Grimm Kinder- und Hausmärchen (Fiabe del focolare), pubblicata per la prima volta nel 1812. Nella versione dei fratelli Grimm, la Regina non è inizialmente la matrigna di Biancaneve, ma la madre della protagonista. Sarà attraverso le successive revisioni della fiaba che questa figura verrà trasformata nella matrigna crudele che oggi conosciamo. Questa modifica cambia profondamente il significato del personaggio: il conflitto non nasce più all’interno del rapporto tra madre e figlia, ma tra la giovane protagonista e una figura esterna alla famiglia, più facilmente riconoscibile come antagonista. Come analizza Maria Tatar nel volume The Classic Fairy Tales, le fiabe non sono racconti immutabili, ma narrazioni che nel corso del tempo vengono riscritte e reinterpretate secondo i valori culturali delle diverse epoche. La figura della Regina Cattiva rappresenta proprio uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione: da semplice simbolo del male a personaggio attraverso cui esplorare paure e contraddizioni più profonde. Nella versione più conosciuta della fiaba, infatti, la sua caratteristica principale è l’ossessione per la bellezza. Ogni giorno chiede allo specchio magico: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”.

© LIMES

La risposta dello specchio rappresenta la sua più grande paura: perdere il proprio valore nel momento in cui qualcuno diventa più giovane e più bello di lei. Biancaneve non è soltanto una rivale, ma il simbolo di ciò che la Regina teme di perdere: la propria identità e il riconoscimento degli altri. Nel volume The Classic Fairy Tales, curato da Maria Tatar, viene evidenziato come molti antagonisti fiabeschi incarnino paure collettive e conflitti sociali. La Regina di Biancaneve può quindi essere letta come una rappresentazione dell’ansia legata all’invecchiamento, alla competizione e a un’identità costruita esclusivamente attraverso lo sguardo esterno. Questa complessità viene però trasformata dalla Disney. Quando nel 1937 esce Biancaneve e i sette nani, primo lungometraggio animato prodotto dalla Walt Disney, la Regina Cattiva diventa uno dei villain più iconici della storia dell’animazione. Il film, diretto da David Hand e prodotto da Walt Disney, accentua soprattutto il lato oscuro del personaggio: la Regina diventa l’incarnazione della vanità, dell’invidia e del desiderio di potere. La sua eleganza, la sua freddezza e la capacità di trasformarsi in una vecchia mendicante la rendono una figura destinata a rimanere nell’immaginario collettivo. Come analizza Robin Allan nel volume Walt Disney and Europe: European Influences on the Animated Feature Films of Walt Disney, i film Disney degli anni Trenta e Quaranta rielaborano elementi della tradizione europea trasformandoli in immagini e simboli immediatamente riconoscibili dal pubblico. La Regina Cattiva diventa così un archetipo: il volto del male elegante e affascinante, una figura che sembra non avere bisogno di un passato perché la sua funzione narrativa è semplicemente quella di essere sconfitta.

Regina Mills: dalla ragazza innamorata alla scelta di cambiare

Ma cosa si nasconde dietro una donna che tutti conoscono soltanto come “la cattiva”? La grande intuizione di Once Upon a Time è quella di non cancellare la Regina Cattiva conosciuta attraverso la fiaba e il film Disney, ma di rispondere alla domanda che per decenni era rimasta senza risposta: come è diventata quella donna? La serie racconta ciò che la fiaba aveva lasciato fuori campo: il percorso di una giovane Regina Mills prima della corona, dello specchio magico e della vendetta. Regina non nasce cattiva. Nasce come una ragazza che desidera essere libera. La prima persona a influenzare la sua trasformazione è Cora, la madre che le insegna che il potere è più importante dell’amore e che mostrare vulnerabilità significa esporsi alla sofferenza. Nel suo studio Era uma vez uma Rainha: uma análise dialógica de Regina, de Once Upon a Time, Ana Beatriz Maia Barissa dell’Universidade Estadual Paulista (UNESP) evidenzia come il rapporto con Cora sia fondamentale nella costruzione dell’identità di Regina, perché le trasmette una visione del mondo fondata sul controllo e sulla necessità di difendersi dagli altri. Ma prima della Regina Cattiva c’è una ragazza innamorata. Daniel rappresenta per Regina tutto ciò che non aveva mai avuto: libertà, autenticità e la possibilità di scegliere. La sua morte diventa il momento decisivo della sua trasformazione: il dolore prende il posto dell’amore, la rabbia sostituisce la speranza e lentamente nasce la Regina Cattiva. La serie mostra così una trasformazione progressiva, non una semplice caduta nel male. Regina sceglie il potere come forma di protezione, convinta che diventare temuta significhi non poter più essere ferita. Ma Once Upon a Time mostra una verità più complessa: il potere può proteggere dal dolore, ma non può guarirlo. La vendetta contro Biancaneve diventa il simbolo della sua sofferenza, mentre la rabbia diventa una corazza che, con il tempo, finisce per trasformarsi nella sua prigione. Come analizzano Pauline Greenhill e Jill Terry Rudy in The Routledge Companion to Media and Fairy-Tale Cultures, le riscritture moderne delle fiabe hanno progressivamente trasformato i villain da semplici simboli del male in personaggi attraversati da conflitti interiori, esplorando temi come trauma, identità e trasformazione. È proprio questo il cuore del percorso di Regina: la Regina Cattiva della tradizione nasce già come antagonista. Regina Mills, invece, diventa la Regina Cattiva. La sua redenzione passa attraverso i legami. Henry è il primo personaggio capace di vedere oltre il ruolo della villain: non dimentica ciò che Regina ha fatto, ma riconosce la persona che può ancora diventare. Attraverso suo figlio comprende una verità fondamentale: amare qualcuno non significa controllarlo, ma lasciarlo libero di scegliere. Anche Emma e Biancaneve rappresentano una parte essenziale del suo cambiamento, perché le permettono di superare il passato e costruire nuovi legami basati non sulla paura, ma sulla fiducia. Come evidenzia Barissa nel suo studio, sono proprio le relazioni a mettere in crisi l’immagine rigida che Regina ha costruito di sé e a permetterle di cambiare. La redenzione non arriva attraverso la cancellazione del passato, ma attraverso la responsabilità.

© Giornalettismo

La “Good Queen” nasce proprio qui: non quando Regina elimina la Regina Cattiva, ma quando smette di lasciarle il controllo. Il suo lieto fine non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel riconoscere tutte le parti di sé: la ragazza ferita, la donna che ha sbagliato, la madre che ha imparato ad amare e la regina che ha scelto di proteggere invece di distruggere.

I cattivi Disney dopo Regina: da personaggi da sconfiggere a storie da comprendere

La trasformazione di Regina Mills non riguarda soltanto il percorso di un singolo personaggio, ma riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui oggi vengono raccontati i villain. Per molto tempo il cattivo delle fiabe aveva un ruolo preciso: essere l’ostacolo da superare per permettere all’eroe di raggiungere il proprio lieto fine. Le narrazioni contemporanee hanno invece iniziato a interrogarsi su ciò che esiste prima della cattiveria: non soltanto “che cosa ha fatto?”, ma “che cosa lo ha portato a diventare così?”. Come analizzato nel volume The Routledge Companion to Media and Fairy-Tale Cultures, curato da Pauline Greenhill e Jill Terry Rudy, le moderne riscritture fiabesche hanno dato maggiore spazio alla complessità degli antagonisti, trasformandoli in personaggi con una storia e una dimensione interiore. Questa tendenza è evidente anche in film Disney come Maleficent (2014) e Crudelia (2021), che reinterpretano due villain iconiche mostrando non solo il loro lato oscuro, ma anche le esperienze e le contraddizioni che le hanno rese tali. Regina Mills si inserisce proprio in questo cambiamento: la sua redenzione non cancella la Regina Cattiva, ma mostra che anche chi ha sbagliato può scegliere una strada diversa.

© Movieplayer

Il lieto fine che scegliamo di costruire

Regina non è l’unico personaggio cattivo che appare all’interno di Once Upon a Time, anche figure come Tremotino e Capitan Uncino riescono a mostrare quanto il confine tra bene e male sia più complesso di quanto sembri. Tra tutti, però, è Regina quella che lascia maggiormente il segno. La sua storia non è semplicemente quella di una cattiva che diventa buona, ma quella di una donna che impara a non lasciare che il proprio dolore definisca chi sarà. La sua redenzione non cancella la Regina Cattiva: la comprende. Regina deve affrontare le conseguenze delle proprie scelte e scegliere ogni giorno di essere diversa dalla persona che è stata. Il suo cambiamento non nasce dal distruggere una parte di sé, ma dall’accettarla e decidere cosa farne. Ed è forse questo il messaggio più bello di Once Upon a Time: il lieto fine non arriva quando eliminiamo le nostre parti oscure, ma quando impariamo a conoscerle e le affrontiamo per diventare la parte migliore di noi stessi.
Una persona è molto più della sua caduta, e alcune delle storie più belle iniziano proprio dal momento in cui qualcuno decide chi essere nel prossimo capitolo della sua vita.

Lascia un commento