Beat Generation: l’urlo della controcultura

La dissidenza è un elemento che non ha epoca (o meglio, che appartiene a tutte), non costituisce una moda passeggera ed effimera, ma si fa voce, urlo di una cultura quando la regola diventa oppressione.

“I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix […]”

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per le strade negre all’alba in cerca di una pera di furia […]” 

Così si apre quello che, al giorno d’oggi, potrebbe suonare come il testo di una canzone rap particolarmente sfacciata e cruda. Nonostante la spiccata nota attuale, la stesura e la pubblicazione risalgono al 1955 quando il (purtroppo non abbastanza noto) poeta beat Allen Ginsberg decise di mettere nero su bianco un joyciano flusso di coscienza, attraverso una tecnica letteraria definita improvised composition e derivante dall’universo jazz.

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Origini storiche

Ma facciamo un passo indietro. È anzitutto necessario collocare il movimento della Beat Generation lungo la linea del tempo a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In particolare, si tratta di un fenomeno culturale scaturito quasi inconsapevolmente dal legame di amicizia tra un gruppo di giovanotti statunitensi che, nel 1944, sentirono l’urgenza di esporsi e contrapporsi alla cultura dominante del capitalismo, emblema del governo di Franklin Roosevelt e dei suoi successori Truman e Eisenhower (e, perché no, anche di quelli a venire). Proprio per questo viene considerato un movimento di controcultura e i suoi echi continuano a propagarsi fino ai giorni nostri. 
Terminato il secondo conflitto mondiale, crebbe la tensione tra il Nord America, capitalista, e l’Unione Sovietica, apertamente comunista, che sfociò nella grande questione della Guerra Fredda. 
Quale fu il ruolo dei Beats in questo contesto? I componenti del gruppo, capitanato dal già citato Allen Ginsberg, ma composto da personalità come l’italo-americano Lawrence Ferlinghetti e il ribelle Jack Kerouac, non si identificavano in uno schieramento politico preciso. Tuttavia, data la loro lotta verbale contro il capitalismo, è quasi superfluo precisare che non erano legati ad esso. Malgrado tutto, però, amavano la loro patria, ma soprattutto sognavano la pace, di cui si professavano assoluti difensori.

28 agosto 1966 Allen Ginsberg legge una delle sue poesie e fronte a una folla a Washington Square Park. ©AP IMAGES
28 agosto 1966. Allen Ginsberg legge una delle sue poesie a una folla in Washington Square Park. ©AP IMAGES

Il loro carattere era totalmente eversivo e tale era anche il loro stile di vita. Erano, infatti, assidui consumatori e sperimentatori di droghe di ogni natura e genere, che credevano mezzo essenziale per la stesura delle loro opere. Il peyote, ad esempio, era per loro ciò che l’oppio aveva costituito per i poeti maledetti francesi. Come si legge dal breve estratto riportato, le sostanze stupefacenti non erano solo uno strumento ma spesso una vera fonte di ispirazione, oltre che simbolo della consapevolezza del degrado della società contemporanea. 
Come anticipato, quello della Beat Generation è un fenomeno che abbracciava sia l’ambito letterario, sia quello artistico (Ferlinghetti stesso fu rappresentante per eccellenza del movimento), come anche quello musicale. Un grande punto di riferimento per gli scrittori beat, infatti, erano i musicisti jazz come Charlie Parker e Ray Charles. Ispirati da questa passione, organizzavano serate conosciute come readings, durante le quali, proprio come avviene nelle jam sessions, componevano poesie ricalcando la modalità dell’improvvisazione musicale. 

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Beats davanti alla City Lights Bookstore. © Sconosciuto

Il manifesto della Beat Generation

Letto per la prima volta al Six Gallery Reading di San Francisco, culla della corrente culturale e della casa editrice fondata da Ferlinghetti (City Lights Bookstore), Urlo è il poema di Ginsberg considerato il manifesto della Beat Generation. Questa scelta è motivata non solo dal ruolo dell’autore come colonna portante del movimento, ma anche dal suo carattere rappresentativo di un preciso stile di vita e modo di fare arte. L’autore si fa portavoce di un gruppo di ragazzi alla ricerca di una ribellione pacifica a una società dove le disuguaglianze e il mancato rispetto dell’essere umano dilagano senza sosta. Questo testo si presenta quindi come una sorta di urlo primordiale, sfogo di un dolore atavico che fino a quel momento era stato forzatamente soffocato. Ginsberg, di fatto, ci regala la sua personale visione di un’America dipinta come una macchina da guerra che fa delle numerose morti la sua principale fonte di nutrimento e di potere. 
Verso dopo verso, si fanno strada temi ricorrenti nella poetica beat, tra cui l’elogio della pazzia, intesa anche come stato patologico. Lo scrittore, infatti, considerava i degenti di reparti psichiatrici come veri e propri geni (“the best minds”). Costante è anche il dualismo tra libertà e oppressione, espresso tramite la categorica ostilità verso le istituzioni e il disprezzo per regole e ordine stabilito. 
Va da sé che, per i suoi contenuti espliciti, a partire dal 1957, autore ed editore si ritrovarono al centro di una trafila giudiziaria con l’accusa di oscenità da parte degli organi della censura. 

Il parallelismo con l’attualità nasce dunque spontaneo. Esiste ancora la censura? Qual è il criterio discriminante per poterla applicare? E cosa definisce il margine della libertà di espressione? 
I beats hanno di certo smosso le acque torbide e paludose di un grosso bacino artificiale nel quale stiamo tuttora annaspando e che, chissà, magari un giorno riusciremo a bonificare. 

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