Il problema di consegnare un pacco medico a Raccoon City? Potrebbe esserci un’epidemia bioterroristica in corso.
Tra tensione e risate inaspettate, la regia di Zach Cregger firma una nuova interpretazione cinematografica di Resident Evil, nelle sale italiane da giovedì 17 settembre.

Trama di una consegna da incubo
La prima scena ci presenta Bryan (Austin Abrams), un corriere medico oberato dal lavoro, abituato a correre da una parte all’altra per portare a termine le sue consegne.
Quella che pare una normale nottata di fatica prende una piega decisamente diversa quando viene incaricato di portare un pacco misterioso a Raccoon City.
Durante il viaggio, in una strada coperta di neve Bryan investe accidentalmente una donna. Ma è solo l’inizio di una lunga notte infernale: un’epidemia sta trasformando la popolazione in creature mostruose e Bryan si ritrova improvvisamente a dover sopravvivere in una città sprofondata nel caos.

Ridendo fa più paura
Classificato come film dell’orrore fantascientifico con una grande parte di azione, prende del tutto in contropiede rivelandosi anche un film comico.
La storia è costellata da momenti comici che sfruttano il protagonista e la sua goffaggine.
Ci si squilibra continuamente sul crinale tra comicità e paura, rischiando delle volte di giocarsi l’atmosfera da horror. Cregger però si dimostra cosciente del limite e, dopo i test screening, ha dichiarato di aver tagliato delle scene considerate troppo divertenti.
Il continuo gioco dei contrasti rende il film magnetico: dall’horror al comico, dal silenzio al rumore, dalla quiete alla tempesta.
La comicità serve ad abbassare la guardia dello spettatore, ingannandolo e facendolo accasciare in un rilassamento illusorio.

Sul fronte del terrore si avvale di jumpscare ben azzeccati: il pubblico non sa mai, dopo i momenti di apparente calma, se sta per saltare dalla sedia o scoppiare a ridere.
Potrebbe anche rimanere disgustato, vedendo i mostri infetti in corpi umani che si alterano e deformano, perdendo il controllo e sviscerando fuori da sé stessi.
Un antieroe alle prese con la fine del mondo
Bryan è il tipico antieroe improvvisato, un uomo ordinario che inizialmente fatica a prendere decisioni per la sua stessa vita. Il rapporto con Michelle, la fidanzata incinta, parla di come egli non sappia ancora prendere una posizione propria. Lo sentiamo delegare totalmente a lei la scelta di tenere il loro figlio.
L’unico tratto costante è la devozione al lavoro, che lo ha spinto ad avventurarsi nella gelida notte di neve per consegnare il pacco misterioso, senza rifiutarsi.
La contrapposizione fra la vita e la morte fa crescere il protagonista raccontando il passaggio definitivo dalla passività alla scelta: solo messo alle strette Bryan riconosce che vuole diventare padre.
Abrams come attore regge il personaggio e la sua scissione tra l’impaccio e il panico, suscitando la tenerezza di chi lo guarda.
Il film è tutt’altro che una storia rassicurante, ma il ritmo serrato assieme al senso dello humor impediscono alla sua componente drammatica di diventare pesante.

La minaccia più grande sono persone reali, ormai svuotate e dominate, e Bryan si trova a far fronte inoltre a dilemmi etici accentuati dal suo lavoro in ospedale, chiedendosi se uccidere una bambina infetta possa essere giusto pur di salvare la sua vita.
Non serve aver giocato a Resident Evil
Nonostante le strizzate d’occhio per i fan con certi riferimenti come la macchina da scrivere, storico pulsante dove aprire il menù di gioco, o addirittura la rottura della quarta parete in riferimento a un fucile che Bryan proprio non riesce ad usare (ovviamente, la scusa è che funziona bene solo nel videogioco e non nella realtà del film), il lungometraggio è perfettamente comprensibile da chi non conosce nulla del franchise di Resident Evil.

Bryan non è un Leon, un Jill o un Chris, è un civile totalmente nuovo creato appositamente per questa storia. Prima di decidere che questo film non fa parte della serie, bisogna chiedersi che cos’è Resident Evil. Il franchise è un insieme di elementi e atmosfere ricorrenti, una sensazione di imminente pericolo, una storia di sopravvivenza, che si possono tramandare a ogni personaggio.
Una regia da videogioco
Dal punto di vista tecnico, Resident Evil conferma una delle caratteristiche piu riconoscibili della regia di Cregger: una macchina da presa come personaggio autonomo estremamente presente, capace di trasformare lo spazio in parte della tensione.
Se già da Barbarian e Weapons aveva dimostrato grande dinamica tra le scene, qui si aggiunge la prospettiva videoludica che viene vissuta appieno in riprese particolarmente creative dove vediamo un punto di vista come fossimo dei giocatori in prima persona.

È soprattutto verso la conclusione che arrivano alcune delle scene più riuscite, una volta che Bryan si trova nell’ospedale di Raccoon City. Bisogna soffermarsi sul reparto di neonatologia, un vero capolavoro di sublime orrore dove il flusso scarlatto ricopre l’intero schermo.
Anche il più banale dei gesti quotidiani, come salire sull’ascensore, diventa claustrofobico trasformando la salita nel preludio dell’orrore puro.
Conclusione: un Resident Evil a misura di Cregger
A causa dei continui cambi di tono nel corso del film, per tutta la visione ci ritroviamo come Bryan nel corso della sua missione, sperduti e senza controllo di ciò che accade.
Questo Resident Evil sa decisamente come creare tensione e far affezionare al suo primo attore. Una volta che l’ironia lascia spazio alla paura, ci si ritrova a soffrire profondamente con lui, che altro non risulta se non uno sventurato al quale è capitato un compito più grande di lui.
Proprio nel momento in cui il futuro è incerto, Bryan però trova il coraggio di ammettere la cosa tra le più importanti per lui che voleva nella sua vita, e lascia la sua scelta come testamento per il futuro.

