(Ri)scoprire i Classici: La signora Dalloway, il romanzo che racchiude un’intera vita in un solo giorno

Sono le dieci del mattino e Clarissa Dalloway esce di casa per comprare dei fiori. Non c’è nulla, almeno apparentemente, di straordinario in quello che sta facendo. È una mattina di giugno a Londra, una delle tante giornate che compongono la vita di una persona; apparente quotidianità, quella di Clarissa: deve andare a comprare i fiori, organizzare la festa e accogliere gli invitati.
Eppure, già in quelle prime pagine, Virginia Woolf ci fa capire che quella giornata non sarà soltanto una giornata.
Mentre Clarissa attraversa Londra, il presente comincia infatti a intrecciarsi con il passato. La città che percorre riporta alla memoria Bourton, gli anni della giovinezza, Peter Walsh, Sally Seton, le scelte compiute e quelle che avrebbero potuto condurre la sua vita in una direzione diversa. Un pensiero ne richiama un altro, un incontro apre la strada a un ricordo e il tempo smette di essere una linea ordinata. È una delle grandi innovazioni di La signora Dalloway: Virginia Woolf non racconta una vita attraverso tutti gli avvenimenti che la compongono, ma attraverso quei momenti in cui passato e presente si incontrano dentro la coscienza.
Ma perché Woolf sceglie proprio di dedicare un suo romanzo ad una giornata? E perché decide di raccontare non soltanto ciò che accade, ma soprattutto ciò che accade dentro i suoi personaggi? La risposta si trova, almeno in parte, nelle parole che la stessa scrittrice annotò nel proprio diario parlando dell’ambizione alla base del romanzo:

“Give life and death, sanity and insanity… criticize the social system, and to show it… at its most intense”

Woolf voleva dunque mettere insieme vita e morte, sanità e follia, ma anche osservare e mettere in discussione il sistema sociale nel quale i suoi personaggi vivevano. Ed è proprio questa intenzione a rendere La signora Dalloway molto più di una semplice storia ambientata in una giornata londinese. Dentro la vita quotidiana, Virginia Woolf cerca l’eccezionale. Nei pensieri di una donna che compra dei fiori trova il tempo, nella memoria trova ciò che non è mai davvero passato, nella solitudine trova il bisogno di sentirsi vicini agli altri e, accanto alla festa di Clarissa, inserisce la sofferenza di un uomo che non riesce più a tornare alla vita precedente alla guerra. Non è un caso, inoltre, che il romanzo abbia avuto a lungo un altro titolo: The Hours. I quaderni di lavoro conservati dalla British Library testimoniano infatti come Woolf abbia lavorato al romanzo tra il 1923 e il 1925, passando nei manoscritti da The Hours a Mrs Dalloway e viceversa.  Le ore, allora, non sono soltanto quelle che scandiscono la giornata di Clarissa. Sono il tempo che passa, quello che ritorna attraverso i ricordi, quello che separa il presente dal passato e, allo stesso tempo, li tiene insieme.

Virginia Woolf non ha bisogno di raccontare una vita intera per raccontare un’intera vita. Le basta una giornata.
Una passeggiata attraverso Londra può riportare Clarissa agli anni della giovinezza, a Bourton, a Peter Walsh e a Sally Seton. Un incontro, dopo molti anni, può riaprire possibilità che sembravano ormai sepolte. Un ricordo può diventare improvvisamente più presente della realtà. E una festa, apparentemente fatta soltanto di conversazioni e convenzioni sociali, può diventare il luogo nel quale si incontrano vita, memoria, solitudine, morte e desiderio di connessione. Così, mentre fuori Londra continua a vivere e le ore continuano a scorrere, dentro i personaggi il tempo prende un’altra forma.

© Feltrinelli Editore

“What a lark! What a plunge!”

Virginia Woolf, Mrs Dalloway (1925)

Trama

Un mercoledì di metà giugno del 1923, Clarissa Dalloway, moglie di un deputato conservatore alla Camera dei Lords, esce per comprare dei fiori per la festa, che la sera riunirà nella sua casa una variopinta galleria di personaggi. Tra gli altri: Peter Walsh, l’amante respinto, appena tornato dall’India, e l’amica tanto amata, più di ogni uomo, Sally Seton. Per le strade di Londra passeggia anche Septimus Warren Smith, il deuteragonista del romanzo. Nulla sembra legare i due, se non la città di Londra. Clarissa ha cinquant’anni, è ricca. Septimus ne ha appena trenta, è povero e traumatizzato dall’esperienza feroce e violenta della guerra, in cui ha perduto non solo l’amico Evans, ma ogni pace. Eppure i due, senza mai incontrarsi, semplicemente sfiorando gli stessi luoghi, comunicano. Con sapienza straordinaria Virginia Woolf, giunta con questo al suo quarto romanzo, tesse il filo sottile di corrispondenze, echi, emozioni che creano un’opera di grande intensità. Dove un uomo e una donna sconosciuti l’uno all’altra sono accomunati dallo stesso amore e terrore della vita, che li porterà, nell’accettazione (femminile) o nel rifiuto (maschile), ad affermarne comunque l’inestimabile valore.

Il tempo che passa e quello che rimane

La prima grande rivoluzione di La signora Dalloway nasce proprio dal modo in cui Virginia Woolf tratta il tempo: per lei il tempo non è soltanto quello indicato dall’orologio. È anche quello che vive dentro di noi. Un momento presente può improvvisamente spalancare una porta sul passato, e un ricordo lontano può tornare con una forza tale da sembrare più reale di ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi.
Fuori dai personaggi il tempo procede secondo una successione precisa: le ore passano, la giornata avanza, la festa si avvicina. Dentro di loro, invece, il tempo non è affatto lineare. Clarissa può trovarsi nel presente e, nello spazio di un pensiero, tornare a Bourton. Un incontro con Peter può riportare alla mente emozioni che appartengono a decenni prima. Un dettaglio apparentemente insignificante può aprire una porta sulla memoria.
Il passato non è qualcosa che semplicemente è finito: continua a vivere dentro chi lo ricorda. È questo uno degli aspetti centrali della narrativa woolfiana. Jesse Matz, nel capitolo dedicato al tempo dell’Oxford Handbook of Virginia Woolf, analizza proprio il modo in cui l’autrice rappresenta un “tempo nella mente”, rompendo la linearità cronologica per dare spazio alla percezione soggettiva del tempo. E così il romanzo riesce a fare qualcosa di straordinario: racconta soltanto poche ore, ma quelle ore contengono decenni. Clarissa non ha bisogno di rivivere materialmente la propria giovinezza perché quella giovinezza è ancora presente nella sua coscienza. Peter non deve tornare a Bourton perché il suo incontro con Clarissa lo riporta immediatamente a ciò che è stato.

Il tempo degli orologi e il tempo della memoria procedono insieme, ma non alla stessa velocità

Ed è proprio questo che rende il titolo The Hours così significativo: le ore scandiscono la giornata, ma dentro quelle ore ogni personaggio porta con sé una storia molto più lunga. Clarissa esce di casa per comprare dei fiori, ma basta attraversare una strada, sentire un rumore, incontrare una persona perché la sua mente torni a Bourton, alla ragazza che era stata, a Peter, a Sally, alle possibilità che un tempo sembravano ancora aperte. Il passato non viene raccontato come qualcosa che è semplicemente finito: continua a vivere nel presente di chi lo ha attraversato.
La narrativa woolfiana rompe così la linearità tradizionale e lascia che il tempo della storia e quello della coscienza si incontrino e si sovrappongano. 

Clarissa: la donna dietro “Mrs Dalloway”

Clarissa Dalloway è molto più della padrona di casa che organizza una festa. È una donna che, nel corso della giornata, si trova continuamente a fare i conti con le diverse versioni di se stessa: la ragazza che era a Bourton, la donna innamorata di Peter, l’amica di Sally, la moglie di Richard, la madre di Elizabeth e, infine, quella “Mrs Dalloway” che la società conosce e riconosce. È proprio questa sovrapposizione a rendere il personaggio così complesso ed interessante da approfondire. Shannon Forbes, in uno studio pubblicato nel Journal of the Midwest Modern Language Association, analizza il rapporto tra Clarissa e il ruolo sociale di “Mrs. Richard Dalloway”, mostrando come il matrimonio e la posizione che occupa nella società contribuiscano a mettere in discussione la sua percezione di sé. Ma Virginia Woolf non presenta queste identità come delle maschere false delle quali Clarissa dovrebbe liberarsi. Clarissa è tutte queste donne insieme, e il romanzo racconta proprio il difficile processo attraverso il quale arriva a riconoscersi nella loro complessità. La sua identità non è rimasta ferma a Bourton e non è stata cancellata dal matrimonio: il passato continua a vivere nel presente e a dare forma alla donna che è diventata. Uno studio dedicato alla costruzione dell’identità in Mrs Dalloway osserva come la Clarissa privata e la “Mrs Dalloway” pubblica finiscano per amalgamarsi in un’unica persona, nella quale passato e presente non si escludono ma si raccolgono insieme. Ed è proprio questo aspetto che rende così importante il suo rapporto con Peter e Sally: incontrarli significa ritrovare parti di sé che non sono mai realmente scomparse: Peter rappresenta una vita possibile, Sally una parte più libera e intensa della sua giovinezza, Richard la vita che ha scelto di costruire. Clarissa non deve scegliere nuovamente tra queste versioni di sé: deve riconoscere che appartengono tutte alla sua storia. E la festa? Anch’essa assume un significato profondo. Riunire persone, creare occasioni d’incontro, mettere in relazione vite diverse è il modo attraverso cui Clarissa cerca di dare forma a quel senso di connessione che sente così necessario. Dietro l’apparente leggerezza della sua vita sociale c’è quindi una donna estremamente consapevole della distanza che può esistere tra le persone e del desiderio, altrettanto forte, di riuscire almeno per qualche istante ad accorciarla.

Il desiderio di mettere in relazione le persone

La festa di Clarissa occupa un posto centrale nella sua giornata, ma anche nel significato del romanzo. Per chi la osserva dall’esterno, e per chi legge il libro, potrebbe sembrare soltanto uno dei tanti ricevimenti dell’alta società londinese, un’occasione mondana nella quale incontrare persone importanti e mantenere vive determinate relazioni. Per Clarissa, però, è qualcosa di molto diverso. Organizzare una festa è il suo modo di creare un incontro. Non si limita a preparare una casa per ricevere degli ospiti: pensa alle persone che vuole riunire, agli spazi nei quali si muoveranno, alle relazioni che potranno nascere o riaccendersi durante quelle ore. Uno studio di Carol Simpson Stern, pubblicato su Communication Quarterly, interpreta proprio la festa di Clarissa come una forma di comunicazione: la relazione comincia ancora prima dell’arrivo degli invitati, attraverso la preparazione dello spazio e l’attenzione che la padrona di casa dedica alle persone e ai rapporti tra loro. È un’idea che la Woolf rende particolarmente significativa perché Clarissa conosce bene la distanza che può esistere tra le persone anche quando sono vicine. La sua giornata è piena di incontri, eppure gran parte della sua esperienza si svolge dentro la propria coscienza. Pensa a Peter, ricorda Sally, osserva Richard, riflette sulla figlia: continuamente entra in rapporto con gli altri e, nello stesso tempo, si accorge di quanto sia difficile raggiungerli davvero. La festa nasce allora da un desiderio profondamente umano: mettere insieme vite che normalmente procedono separate. Virginia Woolf stessa, poco prima della pubblicazione del romanzo, annotava nel diario di voler esplorare quella che chiamava “party consciousness”, la coscienza collettiva che si crea durante una festa. Madeline Smith, studiando questo passaggio, osserva come le feste diventino per Woolf luoghi nei quali sperimentare le trasformazioni della società dopo la Prima guerra mondiale: sono momenti di partecipazione e osservazione, ma anche strutture fragili che rischiano continuamente di spezzarsi. La festa, quindi, non è soltanto un momento di leggerezza: è un tentativo di tenere insieme qualcosa. Un altro studio dedicato alla festa di Clarissa parla proprio di communion, connection and misinterpretation: la festa diventa il punto nel quale il romanzo porta al culmine la ricerca di una connessione tra individui che, per tutta la giornata, continuano a sfiorarsi senza riuscire davvero a raggiungersi. Ma Virginia Woolf non lascia che questa aspirazione rimanga incontaminata. La festa è anche il prodotto della società alla quale Clarissa appartiene, con le sue gerarchie, le sue convenzioni e i suoi confini. Clarissa cerca di mettere in relazione le persone all’interno di un mondo che continua a dividerle. Ed è questa contraddizione a renderla così interessante: il suo gesto può essere sincero e, allo stesso tempo, rimanere legato ai privilegi e alle regole del suo ambiente. La questione arriva così fino a noi: oggi siamo circondati da occasioni di contatto molto più numerose di quelle che Clarissa avrebbe potuto immaginare. Possiamo parlare continuamente con altre persone, incontrarle, seguirle, sapere cosa fanno e condividere con loro frammenti della nostra vita. Eppure la quantità di connessioni non coincide necessariamente con la profondità dei legami. È una distinzione che la ricerca contemporanea sulla letteratura modernista continua a riconoscere: uno studio del 2026 che include Mrs Dalloway nella propria analisi collega i temi dell’alienazione, della frammentazione dell’identità e della solitudine a esperienze contemporanee di disagio e isolamento. Ed è qui che la festa di Clarissa acquista tutta la sua forza: non perché riesca a cancellare la distanza tra le persone, ma perché nasce proprio dal desiderio di colmarla. E mentre Clarissa prova, attraverso la sua festa, a creare uno spazio nel quale le vite possano incontrarsi, dall’altra parte della città c’è qualcuno che quella possibilità di incontro non riesce più nemmeno a percepirla: Septimus è il punto in cui questa distanza diventa dolore.

© Vogue

Entrare nella mente dei personaggi

Una delle caratteristiche che rende La signora Dalloway così particolare è il modo in cui Virginia Woolf ci permette di conoscere i suoi personaggi. Non li osserviamo soltanto dall’esterno, attraverso ciò che fanno o ciò che dicono: entriamo nei loro pensieri, seguiamo i ricordi che riaffiorano, le impressioni improvvise, le associazioni che collegano un momento del presente a qualcosa accaduto molti anni prima. La passeggiata di Clarissa per Londra, un incontro casuale, un rumore, una parola possono diventare l’occasione per tornare a Bourton, a Peter, a Sally, a una scelta compiuta in gioventù. Il presente, così, non cancella il passato, ma continua a conviverci. È proprio questo uno degli aspetti più innovativi della scrittura della Woolf. Nel Oxford Handbook of Virginia Woolf, Dora Zhang osserva, nel suo capitolo Stream of Consciousnes, come questa definizione sia spesso ridotta all’idea di un semplice monologo interiore, mentre la tecnica di Woolf è più complessa: attraverso il discorso indiretto libero e altri procedimenti narrativi, la scrittrice riesce a passare da una coscienza all’altra senza rinchiudere il romanzo nella voce di un unico personaggio. Il risultato è che la realtà non ci viene mai mostrata da un solo punto di vista. Questo cambia anche il nostro rapporto con i personaggi. Possiamo vedere Clarissa dall’esterno, mentre attraversa Londra o prepara la sua festa, e nello stesso momento conoscere ciò che quella donna sta pensando e ciò che non direbbe mai ad alta voce. Possiamo incontrare Peter e scoprire quanto il suo modo di guardare Clarissa sia diverso da quello con cui lei guarda se stessa. Possiamo seguire Septimus dentro una percezione del mondo profondamente diversa da quella degli altri personaggi. Nessuno viene esaurito da ciò che mostra agli altri. Ed è forse proprio qui che la scelta narrativa di Virginia Woolf si lega al tema della connessione che attraversa tutto il romanzo. Se ogni persona possiede una dimensione interiore che gli altri non possono vedere completamente, allora conoscere qualcuno significa anche accettare che una parte di quella persona rimarrà sempre fuori dalla nostra portata. La scrittura di Woolf ci permette di avvicinarci a quelle interiorità proprio perché ci concede qualcosa che nella vita reale non abbiamo: la possibilità di ascoltare, anche solo per qualche pagina, ciò che gli altri pensano quando nessuno li sta ascoltando.
Dentro quel giorno ci sono intere vite: ciò che è stato, ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è rimasto non detto e ciò che continua a vivere nella memoria. E Virginia Woolf ci invita a guardare i suoi personaggi proprio da questa prospettiva: non come figure immobili dentro una storia, ma come persone attraversate contemporaneamente dal presente e da tutto ciò che hanno portato con sé fino a quel momento.

Londra come rete di vite

Londra non è soltanto lo sfondo nel quale si svolge la giornata di Clarissa: è una presenza continua, attraversata da persone, rumori, automobili, negozi e incontri casuali. Mentre i personaggi si spostano per la città, le loro vite si incrociano e si sfiorano, anche quando non arrivano mai a conoscersi davvero. È proprio questo intreccio a rendere la città così importante nel romanzo. Tamar Katz, nel saggio Woolf’s Urban Rhythms, osserva come in Mrs Dalloway, Virginia Woolf utilizza i ritmi della città per riunire personaggi diversi e interrogarsi sulla possibilità che la vita urbana possa diventare uno spazio di comunità. Londra è infatti contemporaneamente un luogo che avvicina e che separa: permette alle persone di incontrarsi, ma rende evidenti anche le distanze sociali e interiori che le dividono. E così, mentre Clarissa attraversa le strade londinesi, la città finisce per diventare il punto d’incontro di tutte quelle vite che Virginia Woolf ci ha invitato a guardare da vicino.

Un romanzo che continua a parlarci

A distanza di un secolo, La signora Dalloway continua a parlarci perché ci mette davanti a una domanda che non appartiene a una sola epoca: chi siamo davvero? Siamo la persona che gli altri vedono, quella che conosciamo quando rimaniamo soli con noi stessi, oppure siamo anche tutte le persone che siamo state nel corso della nostra vita? Virginia Woolf non sembra considerare l’identità come qualcosa di immobile e definitivo. Clarissa è contemporaneamente la ragazza di Bourton, la giovane donna che ha amato Peter e Sally, la moglie di Richard, la madre di Elizabeth e la donna che, nel presente, attraversa Londra e prepara la sua festa. Nessuna di queste versioni cancella le altre. La persona che siamo porta con sé tutte quelle che siamo state, insieme alle esperienze, alle relazioni, alle scelte e ai ricordi che hanno contribuito a costruirla. Ed è proprio qui che il romanzo riesce ancora a parlarci. Non abbiamo bisogno di vivere nella Londra del 1923 per riconoscere il contrasto tra ciò che mostriamo e ciò che custodiamo dentro di noi, tra i ruoli che assumiamo e la persona che sentiamo di essere. La nostra quotidianità, come quella di Clarissa, è fatta di gesti apparentemente ordinari, incontri, conversazioni, responsabilità e momenti nei quali continuiamo a vivere anche ciò che appartiene al passato. Ed è proprio questo che ci spinge a ritrovare qualcosa di noi nelle sue pagine: dietro le giornate apparentemente normali, gli incontri, le conversazioni e i ruoli che ricopriamo, esiste sempre una vita interiore molto più vasta di quella che gli altri possono vedere.

In conclusione

Ci sono romanzi che raccontano una storia e altri che, mentre li leggiamo, ci invitano a guardare con occhi diversi la nostra stessa vita. La signora Dalloway appartiene sicuramente alla seconda categoria. In una sola giornata Virginia Woolf riesce a racchiudere una vita intera e a mostrarci quanto il presente sia abitato dal passato, quanto le persone che incontriamo possano lasciare dentro di noi qualcosa che continua a vivere e quanto sia difficile racchiudere un essere umano in un solo nome, in un solo ruolo o in una sola definizione. Clarissa non è soltanto Mrs Dalloway: è tutte le Clarisse che ha attraversato nel corso della sua vita. E forse è proprio questo uno dei pensieri più belli che possiamo portare con noi dopo aver chiuso il libro: non siamo una versione unica e immutabile di noi stessi, ma una storia in continuo divenire, fatta di ciò che abbiamo vissuto e delle persone che abbiamo incontrato lungo il cammino. Ed è per questo che, ancora oggi, le pagine di Woolf riescono a parlarci così da vicino. Perché ci ricordano che dietro ogni persona esiste un mondo che non possiamo vedere completamente, ma anche che dentro di noi convivono molte versioni di chi siamo stati.
In fondo conoscersi significa proprio questo: imparare a riconoscere tutte quelle parti di noi, senza avere la necessità di sceglierne una sola.

Un pensiero su “(Ri)scoprire i Classici: La signora Dalloway, il romanzo che racchiude un’intera vita in un solo giorno”

Lascia un commento