Non esistono, eppure li amiamo: il legame con i personaggi tra libri, film e serie tv

Ci sono personaggi che non abbiamo mai incontrato ma che abbiamo sentito più vicini di molte reali. Personaggi che ci hanno fatto compagnia per giorni, mesi o addirittura anni; che abbiamo difeso durante una discussione, odiato per qualche capitolo, perdonato quando forse non avremmo dovuto e amato proprio nel momento in cui hanno mostrato la loro parte più fragile. E quando la loro storia è finita, ci siamo ritrovati con quella sensazione di vuoto, di tristezza e malinconia che normalmente associamo a qualcuno che abbiamo davvero perso. Ma come è possibile affezionarsi, e persino innamorarsi, di qualcuno che non esiste? Sappiamo perfettamente che Mr. Darcy, Heathcliff, Hardin Scott, Damon Salvatore o Nathan Scott non sono persone reali, eppure le emozioni che proviamo nei loro confronti lo sono.

Identificarsi nei personaggi

Quando leggiamo Orgoglio e pregiudizio e cominciamo a cambiare idea su Darcy, quando soffriamo per Heathcliff e Catherine, quando seguiamo il percorso di Hardin e aspettiamo che prenda consapevolezza dei propri comportamenti e impari anche a chiedere aiuto, quando scegliamo tra Damon e Stefan o discutiamo per l’ennesima volta su chi tra Conrad e Jeremiah sia il ragazzo giusto, non stiamo vivendo un’emozione “finta”. La situazione è immaginaria, ma la nostra risposta emotiva appartiene alla realtà perché in quel momento stiamo compiendo un atto di identificazione con il personaggio. Nel suo Defining Identification: A Theoretical Look at the Identification of Audiences With Media Characters, Jonathan Cohen spiega come l’identificazione non coincida semplicemente con il fatto che un personaggio ci piaccia o ci stia simpatico. Quando ci identifichiamo, infatti, entriamo temporaneamente nella sua prospettiva, ci avviciniamo ai suoi obiettivi, ai suoi pensieri e al suo modo di vivere ciò che accade nella storia. È come se, per la durata della narrazione, la distanza tra noi e il personaggio si facesse più sottile. Ed è probabilmente qui che comincia tutto. Prima ancora di innamorarci di un personaggio, impariamo a conoscerlo perché lo scrittore ci permette di entrare nella sua testa, il regista può mostrarci ciò che non dice, la serie televisiva può seguirlo per anni e farci assistere a una trasformazione dopo l’altra. Noi sappiamo cose che gli altri personaggi magari non sanno. Conosciamo le sue paure, le sue debolezze, il suo passato. A volte sappiamo persino perché si comporta male quando gli altri lo giudicano soltanto per ciò che vedono. È una forma di conoscenza impossibile nella vita reale: conosciamo qualcuno dall’interno. E questo aiuta a capire anche perché spesso ci affezioniamo a personaggi che, nella realtà, probabilmente non sceglieremmo mai.

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Lo specchio dei personaggi

Non tutti i personaggi che amiamo ci somigliano eppure, in qualche modo, c’è sempre qualcuno di loro che riesce a dirci qualcosa. A volte ci riconosciamo nel loro modo di pensare, nelle loro paure o nelle loro fragilità; altre volte, invece, ci affascina proprio ciò che da noi è lontano. Un personaggio può mostrarci una parte di noi che conosciamo già oppure una parte che vorremmo scoprire. È anche per questo che l’attrazione, da sola, non basta a spiegare perché alcuni personaggi rimangano con noi più di altri. Certo, quando arrivano sullo schermo entrano in gioco anche il volto dell’attore, la voce, lo sguardo, la gestualità. Un personaggio che avevamo immaginato leggendo un romanzo acquista improvvisamente una presenza concreta e può diventare ancora più vicino a noi. Ma se fosse soltanto una questione di bellezza, probabilmente dimenticheremmo molti dei volti che incontriamo, soprattutto sullo schermo. Quello che ci rimane davvero è spesso qualcosa di più difficile da definire: il modo in cui quel personaggio ci ha fatto sentire.

Hermione Granger, per esempio, può diventare importante per chi riconosce nella sua intelligenza e nella sua determinazione qualcosa di familiare, mentre Jo March può rappresentare il desiderio di vivere secondo le proprie regole, senza lasciarsi definire dalle aspettative degli altri. Non è necessario aver vissuto le loro stesse esperienze: basta ritrovare in loro un sentimento, un conflitto o un desiderio che conosciamo.

Con i personaggi maschili accade esattamente la stessa cosa. Lucas Scott può parlare a chi si riconosce nella sua sensibilità e nel suo carattere introspettivo; Seth Cohen può conquistare proprio perché dietro l’ironia e le battute lascia emergere le proprie insicurezze; Stiles Stilinski può risultare familiare perché il suo modo di scherzare non cancella la paura e la vulnerabilità che porta con sé. In questi casi non è detto che desideriamo avere quel personaggio accanto: possiamo semplicemente riconoscere qualcosa di noi nel modo in cui affronta il mondo. È proprio questa una delle differenze che Jonathan Cohen mette in evidenza nel suo Defining Identification: A Theoretical Look at the Identification of Audiences With Media Characters. L’identificazione con un personaggio non significa soltanto apprezzarlo o sentirsi simili a lui, ma implica un temporaneo avvicinamento alla sua prospettiva, ai suoi obiettivi e al suo modo di vivere gli eventi della storia. E questo spiega anche perché possiamo essere attratti da personaggi che non ci assomigliano affatto. A volte non cerchiamo uno specchio, ma una parte di noi nascosta, che vorremmo avere o far prevalere. Possiamo ammirare in un personaggio una sicurezza che non abbiamo, un coraggio che pensiamo di non avere ma è nascosta, una libertà che desideriamo o semplicemente un modo diverso di affrontare le cose. Il personaggio diventa, per qualche ora, colui che ci fa guardare il mondo dal suo punto di vista e immaginare cosa significherebbe essere quella persona. Ancora più interessante è pensare a quanto anche il nostro modo di vivere un determinato personaggio possa cambiare nel tempo. Possiamo passare da Jess Mariano a Logan Huntzberger, preferire Peeta a Hardin, scegliere Stefan o Damon, Darcy o Rochester. Non c’è necessariamente una contraddizione: cambiano i personaggi che ci interessano perché cambiamo anche noi e, di conseguenza, ciò che cerchiamo nei personaggi.

Perché ci innamoriamo sempre dei personaggi “più complicati”?

Un personaggio perfettamente prevedibile lascia poco da scoprire. Uno contraddittorio, invece, ci costringe a seguirlo più attentamente: vogliamo capire perché si comporti in quel modo, cosa nasconda dietro la propria corazza, se quello che mostra agli altri corrisponda davvero a ciò che prova. Il mistero e la vulnerabilità creano così uno spazio che la narrazione può riempire progressivamente, permettendoci di conoscere il personaggio a livelli sempre più profondi.

Mr. Darcy è uno degli esempi più antichi e perfetti. All’inizio di Orgoglio e pregiudizio non è esattamente l’uomo che Elizabeth Bennet dovrebbe trovare irresistibile. È orgoglioso, distante, apparentemente altezzoso. Eppure proprio perché non si concede immediatamente, vogliamo capirlo. Vogliamo scoprire se dietro quella freddezza c’è qualcosa di diverso. Con Rochester, in Jane Eyre, il meccanismo è ancora più evidente: è misterioso, tormentato, pieno di segreti e contraddizioni. Non significa che questi comportamenti siano desiderabili nella realtà, ma che la narrativa ci permette di osservare la complessità da una posizione protetta, e questo può renderla emotivamente affascinante. Lo stesso succede con Chuck Bass in Gossip Girl e Damon Salvatore in The Vampire Diaries. Entrambi sono personaggi che combinano fascino, arroganza, vulnerabilità e comportamenti problematici. La storia ci mostra ciò che c’è sotto la superficie e, soprattutto, ci accompagna nella loro evoluzione. Nel caso di Chuck, per esempio, la serie costruisce progressivamente il contrasto tra il ragazzo arrogante e manipolatorio che conosciamo all’inizio e la parte più fragile che emerge nel corso delle stagioni. Damon, invece, viene costruito attraverso il conflitto tra la sua natura impulsiva e distruttiva e la possibilità di amare e cambiare.

Ci innamoriamo della persona o della sua trasformazione?

Forse uno degli aspetti più affascinanti dei personaggi che amiamo è che spesso non ci innamoriamo soltanto di ciò che sono, ma anche di ciò che potrebbero diventare. La narrativa romantica, soprattutto, ci mette davanti a persone imperfette, ferite, contraddittorie, e ci permette di seguirne il percorso nel tempo. Conosciamo i loro difetti, comprendiamo da dove arrivano e, soprattutto, assistiamo ai momenti in cui sono costretti a confrontarsi con se stessi.

Heathcliff, in Cime tempestose, rappresenta forse la forma più estrema e tragica di questo meccanismo. È un personaggio segnato dall’abbandono, dal rancore e dall’amore ossessivo per Catherine. La sua sofferenza ci permette di comprenderne le ferite, ma non cancella la violenza e la crudeltà delle sue azioni. Heathcliff non compie una vera trasformazione nel senso positivo che ritroveremo in molti personaggi contemporanei: rimane prigioniero del proprio dolore e della propria vendetta. Ed è proprio questa contraddizione a renderlo così potente. Possiamo essere affascinati dalla sua intensità e, nello stesso tempo, riconoscere quanto sia distruttivo. La sua storia ci mostra quindi che comprendere un personaggio non significa necessariamente giustificarlo, e che la sofferenza può spiegare un comportamento senza renderlo accettabile. Nel romance contemporaneo, invece, questa possibilità di cambiamento viene spesso portata al centro della storia. Hardin Scott, in After, è impulsivo, possessivo, ferito e incapace di gestire molte delle proprie emozioni. Il suo percorso diventa interessante proprio quando smette di essere soltanto una successione di errori e comincia a trasformarsi in un processo di consapevolezza: Hardin deve riconoscere i propri comportamenti, comprendere il dolore che ha provocato e imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Anche la terapia entra nel suo percorso, mostrando che il cambiamento non può essere ottenuto semplicemente grazie all’amore di un’altra persona: deve partire da lui. È una differenza importante: non è Tessa a “salvare” Hardin. La relazione può diventare uno stimolo, può metterlo davanti alle proprie fragilità, ma il lavoro su se stesso rimane una sua responsabilità. Ed è proprio questo che rende più interessante la sua evoluzione rispetto alla semplice fantasia del “ragazzo problematico che cambia perché incontra la ragazza giusta”. Lo stesso principio, in una forma molto diversa, si ritrova in Nathan Scott di One Tree Hill. Quando lo incontriamo è arrogante, competitivo e spesso egoista, ma nel corso della serie lo vediamo maturare, assumere responsabilità e diventare una persona più consapevole nei confronti della propria famiglia, delle proprie amicizie e delle persone che ama. La sua evoluzione non dipende soltanto dalla storia d’amore: Nathan cambia perché cresce, affronta le conseguenze delle proprie scelte e costruisce progressivamente un’identità diversa. Anche in Anthony Bridgerton, in Bridgerton, il fascino nasce in parte da questa distanza tra ciò che vediamo all’inizio e ciò che comprendiamo strada facendo. Dietro la rigidità, il controllo e l’atteggiamento protettivo nei confronti della famiglia emerge un uomo condizionato dalle proprie paure e dal lutto, che deve imparare a riconoscere ciò che desidera davvero e a lasciarsi coinvolgere senza continuare a nascondersi dietro il dovere. Ed è proprio questo che ci coinvolge tanto nei personaggi “difficili”: non il desiderio di cambiarli, ma la possibilità di assistere alla loro evoluzione. Vogliamo sapere se riusciranno a superare ciò che li blocca, se impareranno dai propri errori, se riusciranno a diventare persone migliori. Quando questa trasformazione è costruita bene, il sentimento che proviamo per loro può crescere insieme alla storia. Ma è anche vero che non tutti i personaggi devono necessariamente cambiare per conquistarci. Heathcliff ci dimostra esattamente il contrario: possiamo essere profondamente coinvolti anche da un personaggio che non trova una vera redenzione. La differenza sta allora nel modo in cui la storia ci permette di comprenderlo. Possiamo amare un personaggio senza approvare tutto ciò che fa, così come possiamo desiderare che un personaggio cambi senza pensare che sia nostro compito salvarlo. Quindi non ci innamoriamo della trasformazione in sé, ma del percorso che ci permette di comprenderla. E quando quel percorso è scritto bene, finiamo per aspettare il cambiamento del personaggio quasi come se riguardasse anche noi.

Quando il personaggio di un libro diventa un volto

Quando un libro viene trasformato in un film o in una serie televisiva, succede qualcosa di particolare: il personaggio che fino a quel momento avevamo costruito attraverso le parole acquista un volto, una voce e un modo preciso di muoversi. Non dobbiamo più immaginarlo completamente da soli. Qualcuno lo interpreta per noi e, inevitabilmente, quell’interpretazione entra nel modo in cui lo vediamo. È una delle ragioni per cui può essere così interessante confrontare un personaggio letterario con la sua versione sullo schermo. Nel libro abbiamo avuto a disposizione le descrizioni dell’autore, i suoi pensieri e le nostre immagini mentali; davanti a un film o a una serie, invece, incontriamo una persona precisa. Un’espressione, il tono con cui pronuncia una frase o anche soltanto il modo in cui guarda un altro personaggio possono modificare la nostra percezione. Pensiamo ancora a Darcy. Ogni lettore può averlo immaginato in modo diverso leggendo Orgoglio e pregiudizio, mentre le sue interpretazioni sullo schermo hanno dato a quel personaggio un aspetto e una presenza concreti. Lo stesso è accaduto con personaggi come Chuck Bass, Anthony Bridgerton o Jamie Fraser: per chi li ha conosciuti attraverso le serie, è difficile separarli completamente dagli attori che li hanno interpretati. Eppure non è soltanto una questione di bellezza. Se fosse così, basterebbe scegliere un attore attraente per rendere irresistibile qualsiasi personaggio. Ma sappiamo che non funziona in questo modo. Ci sono interpretazioni che ci convincono più di altre perché riescono a rendere visibili caratteristiche che avevamo già trovato interessanti nella storia: l’ironia, la sicurezza, la fragilità, la rabbia, la tenerezza. Il volto dell’attore diventa quindi parte del personaggio che abbiamo conosciuto. Questo può spiegare anche perché, a volte, una trasposizione cinematografica o televisiva ci faccia cambiare idea. Possiamo non aver provato particolare simpatia per un personaggio nel libro e trovarlo molto più affascinante sullo schermo, oppure accorgerci che l’interpretazione non corrisponde affatto all’immagine che avevamo costruito nella nostra testa. Non significa necessariamente che una delle due versioni sia migliore: sono semplicemente due modi diversi di incontrare la stessa storia. C’è poi un aspetto ancora più curioso. Quando associamo un attore a un personaggio, il confine tra i due può diventare molto sottile nella nostra memoria. Non confondiamo davvero la persona con il personaggio, naturalmente, ma il volto dell’attore può diventare così legato a quella figura narrativa da essere la prima immagine che ci viene in mente quando pensiamo a lei. È anche per questo che alcuni personaggi diventano indissolubilmente legati alla loro versione televisiva o cinematografica, pensiamo anche a Robert Pattinson che ancora oggi viene riconosciuto come l’affascinante vampiro di Twilight, Edward Cullen. Non ricordiamo soltanto quello che hanno fatto nella storia ma soprattutto che impressione ci hanno fatto dal momento che entravano in scena. Ed è proprio qui che si trova una delle differenze più interessanti tra leggere e guardare una storia. Nel libro una parte del personaggio la costruiamo noi; sullo schermo quella parte viene interpretata da qualcun altro. Ma in entrambi i casi siamo noi a decidere quanto lasciarci coinvolgere.

Quando la storia finisce

Il rapporto con una storia non termina necessariamente quando arriviamo all’ultima pagina o scorrono i titoli di coda. A volte continuiamo a pensarci, sentiamo la mancanza dei personaggi o proviamo quella strana sensazione di vuoto che arriva quando una storia che ci ha accompagnato per molto tempo improvvisamente finisce. Non è soltanto un’impressione comune tra lettori e spettatori: anche la psicologia ha iniziato a studiare ciò che accade quando una storia e i suoi personaggi vengono improvvisamente a mancare. Nel 2024 Adam Gerace ha analizzato proprio questo fenomeno attraverso uno studio pubblicato su PLOS ONE, prendendo in esame le reazioni di 1.289 fan di Neighbours dopo la conclusione della serie, trasmessa per la prima volta nel 1985 e terminata nel 2022. I partecipanti hanno raccontato le proprie reazioni poco dopo l’episodio finale e sono stati valutati, tra gli altri aspetti, i sentimenti di perdita e di dolore, la difficoltà ad accettare la fine della serie, il senso di chiusura e la sofferenza legata alla perdita del rapporto parasociale con il proprio personaggio preferito. I risultati mostrano che i fan potevano sperimentare reazioni di lutto significative davanti alla fine della serie. A provare una maggiore sensazione di perdita erano soprattutto coloro che avevano sviluppato un legame più forte con Neighbours e con i suoi personaggi, in particolare quando il rapporto parasociale con il personaggio preferito era accompagnato da un forte coinvolgimento emotivo. Lo studio non suggerisce che una relazione con un personaggio sia uguale a una relazione reale, ma mostra quanto possa essere importante per chi la vive e quanto la sua interruzione possa avere conseguenze emotive concrete. Questo aiuta a comprendere quella sensazione che molti lettori e spettatori conoscono: la storia è finita, sappiamo che si tratta di personaggi inventati, eppure qualcosa sembra essere venuto a mancare. Non è necessario continuare a pensare ogni giorno a quel personaggio perché il legame sia stato significativo. A volte basta il desiderio di tornare in quella storia, di rivedere una scena o di riaprire un libro già letto per capire che quella relazione narrativa non si è esaurita semplicemente con la fine della trama. Quando torniamo a una storia dopo molto tempo, può cambiare anche il nostro modo di guardarla. Noi nel frattempo siamo cresciuti, abbiamo fatto esperienze diverse e sviluppato un modo nuovo di vedere le relazioni e le persone. Il personaggio rimane lo stesso, ma possiamo comprenderlo diversamente, giudicarne le scelte con maggiore severità oppure scoprire aspetti che alla prima lettura non avevamo notato. La storia non è cambiata: siamo cambiati noi. È anche per questo che alcuni personaggi riescono a rimanere con noi molto più a lungo della storia che li ha creati. Finiscono per essere associati a un periodo della nostra vita, a un’emozione o semplicemente al piacere di essere entrati, per qualche tempo, in un mondo diverso dal nostro. Non abbiamo vissuto insieme a loro, eppure qualcosa di quell’esperienza è rimasto.

Conclusione

Alla fine sappiamo perfettamente che Darcy, Heathcliff, Hardin, Damon, Nathan e tutti gli altri non esistono fuori dalle loro rispettive storie. Sappiamo che sono stati scritti da qualcuno, che le loro vite hanno un inizio e una fine, stabiliti da un autore o da una sceneggiatura e che dietro un personaggio sullo schermo c’è un attore che, naturalmente, è una persona diversa. Eppure il fatto che siano inventati non rende inventate le emozioni che ci hanno fatto provare. Possiamo affezionarci, arrabbiarci, soffrire, sperare, cambiare idea su di loro e persino sentire la loro mancanza. Possiamo riconoscerci in qualcuno, desiderare di avere una sua caratteristica o lasciarci conquistare proprio da ciò che lo rende imperfetto. Possiamo amare un personaggio senza approvare ogni sua scelta e comprenderne le ferite senza giustificarne i comportamenti. Un personaggio nasce dalla fantasia di qualcun altro, ma ciò che rappresenta per noi prende forma attraverso la nostra esperienza di lettori e spettatori. La fiction crea persone che non esistono; quello che proviamo incontrandole, invece, appartiene alla nostra realtà. Ed è forse questo il motivo per cui continuiamo ad amarli anche quando la storia è finita: perché loro restano sulla pagina o sullo schermo, mentre ciò che hanno lasciato dentro di noi continua a far parte della nostra storia.

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